di Paola De Lucia.

Corre l’obbligo di dire due parole su REVENANT – Redivivo, del regista Alejandro Gonzales Inàrritu con assoluto protagonista Leonardo Di Caprio che, per la sua interpretazione, ha già conquistato un Golden Globe e, sembrerebbe, la pole position per l’Oscar a Los Angeles a fine febbraio.
Il film racconta, secondo una interpretazione un po’ forzata, la vera storia di un cacciatore di pelli americano, Hugh Glass, vissuto tra il XVIII e il XIX secolo, che nel 1823, durante una spedizione commerciale tra gli Stati del North e il Sud Dakota, viene violentemente aggredito da un grizzly e abbandonato, meschinamente, in fin di vita da due dei suoi compagni di spedizione, nella certezza che non sarebbe sopravvissuto alle gravi ferite riportate.
In quei tempi l’Ovest e il Nord America erano territori insidiosi, assolutamente inospitali soprattutto d’inverno e largamente inesplorati; terre maestose e, perciò, teatro di numerose spedizioni alla ricerca di pellame di animali selvatici da commercializzare ma, ovviamente, ciò comportava, non di rado, scontri e cruenti battaglie con i nativi dei luoghi e si sa… gli americani sono imbattibili nel mettere in scena monumentali kolossal quando sentono odore di popolazioni native americane, ovvero… di yankee vs indiani!
Si tratta di 2 ore e 36 minuti di film imponente, violento e potente, dove la natura selvaggia la fa da padrona e le sanguinose scene inondano lo spettatore indubbiamente rapito dalla storia del cacciatore Glass che, abbandonato al suo destino, riesce, invece, a trovare, nel suo desiderio di vendetta, una forza speciale per sopravvivere e reagire alla morte, attraversando a piedi e in condizioni disumane gelide terre e insidie di ogni genere, pur di placare la sua ira nei confronti di chi l’aveva tradito e mutilato del suo affetto più grande.
E’ indubbiamente un film complicato e di difficile realizzazione perché ci si rende conto delle difficoltà che tutti, ma soprattutto Di Caprio, hanno dovuto affrontare e superare per mettere in scena una storia così violenta ed estrema, in condizioni davvero disumane, ma non posso non dire che un pensiero malevolo sull’immancabile “sindrome Rambo” che imperversa nel film, mi ha trasmesso un bel po’ di delusione!
La fotografia e, ovviamente, la maestosità dei luoghi ancora così vergini e incontaminati, meritano comunque, un lodevole plauso.

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