della Dott.ssa Graziella Bellardini, Medico Chirurgo specialista in Endocrinologia.

Negli animali rappresenta ancora il senso della sopravvivenza: riconoscere il cibo, avvertire l’arrivo del nemico, cercare un partner per accoppiarsi e riprodursi, sentire l’arrivo di un temporale ed avvertire il cambio delle stagioni per migrare in cerca di condizioni climatiche migliori.

Nell’uomo questo senso ancestrale ne ha permesso l’evoluzione, ma ha perso poi di importanza.

Il suo recettore principale è situato nella volta del naso, da qui le sue fibre corrono direttamente nelle zone del cervello deputate ad elaborare le informazioni ricevute e trasformarle in emozioni gradevoli o di disagio, a colpire i nostri sentimenti e scatenare ricordi pungenti e impetuosi.

L’olfatto sa creare scambi affettivi intensi e invisibili: il neonato è capace dopo poco tempo dalla nascita di elaborare i ricordi attraverso l’olfatto e cercare un seno che allatta; una madre sa riconoscere dall’odore un indumento indossato dal proprio bambino.

Inoltre, esiste un secondo organo nasale olfattivo, ma non secondario, capace di avvertire la presenza dei ferormoni, sostanze legate alla sessualità e alla riproduzione, capaci di stimolare impulsi che corrono verso zone che controllano risposte emotive e comportamenti sociali.

L’olfatto rappresenta nell’uomo moderno un senso legato alle emozioni e ai ricordi, stimolando la nostra memoria più intima e fuggevole. Le persone più sensibili possono ritrovare identità ed appartenenza negli odori e nei profumi avvertiti, riscoprendo sensazioni perdute e sentimenti antichi.

Esistono patologie che colpiscono l’olfatto. L’anosmia, incapacità di sentire gli odori, e la cacosmia, sensazione continua di presenza di odori sgradevoli, dipendono spesso da malattie del naso. La disosmia invece colpisce le donne in gravidanza ed è la nota intolleranza agli odori avvertiti come forti e sgradevoli che può colpire le donne in attesa di un bambino.

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