della Dott.ssa Graziella Bellardini, Medico Chirurgo specialista in Endocrinologia.

Immancabile negli USA, una porzione di french fries accompagna ogni pasto, così come un cartoccio caldo è lo spuntino veloce a tutte le ore; il loro consumo si sta espandendo velocemente e negli USA, dati del 2014, siamo in media ai 50 kg. di patate all’anno, consumati fritti in maggior parte, ma ormai è un piatto che si sta diffondendo rapidamente in tutto il mondo.
La presenza così massiccia nella dieta quotidiana ha provocato un interesse scientifico sul consumo di questo vegetale che tradotto in uno studio ha dimostrato un aumento del rischio di mortalità prematura in chi abitualmente consuma patate fritte due o più volte alla settimana.
L’eco mediatica è stata enorme, in realtà sotto processo non è l’alimento ma il metodo di frittura.
L’olio di frittura ,spesso non di qualità, usato spesso per più giorni ad alte temperature è sotto accusa; anche se si tratta di uno studio osservazionale, si pensa che l’olio da cucina, ricco di acidi grassi trans, è un fattore importante per spiegare l’incremento di mortalità associabile al maggior consumo di patate fritte.
Inoltre, sull’aumento di mortalità nei forti consumatori di patate fritte possono avere avuto un ruolo altri importanti fattori di rischio, come obesità, sedentarietà e l’uso di grandi quantità di sale aggiunto.
Stiamo parlando di quel gruppo di alimenti che vanno sotto il nome di Junk food o cibo spazzatura, ad alto potere calorico e basso valore nutrizionale, il cui consumo dovrebbe essere solo occasionale e non di routine, come avviene in molti paesi industrializzati.

 

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