della Dott.ssa Graziella Bellardini, Medico Chirurgo specialista in Endocrinologia.

Negli ultimi anni è aumentato a dismisura l’interesse per il peperoncino, mostre, conferenze e facili coltivazioni in terrazzo: l’attenzione per questa pianta, anche piacevole a vedersi, è altissima. Conosciuta e coltivata in epoca remota nel sud America, è arrivata dopo i viaggi di Cristoforo Colombo in Europa e qui, per la sua facilità di coltivazione, si è diffusa velocemente.
Sono cinque le specie coltivate, la cui caratteristica principale è la piccantezza che è determinata dalla capsaicina, un alcaloide contenuto nella placenta del frutto, che ne riveste la parte interna dove sono attaccati i semi che, contrariamente a quanto si crede, non contengono la capsaicina. La piccantezza difende i semi da funghi, batteri e da possibili predatori come i piccoli roditori, mentre gli uccelli, essendo insensibili al sapore piccante, trasportano i semi a grande distanza e li diffondono.
L’uomo ha imparato da secoli ad assumere questo vegetale scoprendo che la piccantezza non è tossica, anzi può avere effetti benefici sulla salute.
Per spegnere il fuoco non usate l’acqua, in cui la capsaicina è insolubile e finisce per diffondersi a tutta la bocca: l’unico antidoto efficace è il formaggio ed il latte, ma può funzionare anche il pane e l’alcol (birra e vino a piccole dosi).
La piccantezza, che è determinata da vari fattori come la varietà, il clima e la coltivazione, si misura in Shu e può variare da 0 a 20.000 per i classici peperoncini calabresi, 400.000 per gli Habanero, 1.000.000 per i terribili Naga, fino ai 2.000.000 di specie ultra piccanti di Trinidad.
La capsaicina è un’importante sostanza bioattiva, con spiccate proprietà antibatteriche ed antiossidanti, con effetti benefici per le arterie e ottimo anestetico; inoltre, essendo un alcaloide, è capace di indurre la liberazione di endorfine che aumentano il senso di benessere.
In Cina viene considerata un cibo funzionale e uno studio recente ha esaminato l’associazione tra consumo settimanale di cibo piccante e rischio globale di patologie gravi, arrivando alla conclusione che mangiare più di una volta a settimana cibo piccante, potrebbe associarsi ad un rischio di morte ridotto del 10% per diabete, cancro, cardiopatia ischemica e malattie respiratorie. Questa associazione era particolarmente evidente in soggetti astemi e che consumavano peperoncino fresco per 3 o più giorni a settimana, anche se devono essere vagliati più attentamente altri fattori dietetici e gli stili di vita.
Attenzione naturalmente a non esagerare: sono possibili effetti indesiderati sul sistema gastroenterico.

 

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