della Dott.ssa Graziella Bellardini, Medico Chirurgo specialista in Endocrinologia.

Lo chiamiamo Giuggiolo, ma il nome di questo frutto ha attraversato i millenni e i continenti con molti suoni diversi. Conosciuto e usato già dagli antichi egizi come semplice alimento, coltivato dai Romani, in Persia fu prescritto per le sue proprietà antitussive, lassative e ipotensive. La sua coltivazione si estese in Oriente dove ancora adesso viene considerato un importante composto farmacologico per le sue capacità tonificanti, afrodisiache e lassative.

I frutti del giuggiolo contengono in effetti molti principi attivi con attività antiossidanti ed epatoprotettive. Ma in particolare sono le proprietà ansiolitiche e neuroprotettive che vengono considerate interessanti a scopo terapeutico, tanto che in Asia è il secondo rimedio prescritto per l’insonnia e per alleggerire i sintomi dell’ansia e della depressione. Inoltre, il suo infuso si è dimostrato utile per abbassare i livelli di colesterolo e trigliceridi.

Attualmente, i frutti sono usati nell’industria dolciaria e gli estratti sono tra gli ingredienti di cosmetici e di molti prodotti antirughe.

Il frutto si può mangiare in diverse fasi di maturazione: all’inizio, quando è di colore rossastro e ha la dimensione di un’oliva, ha il gusto acidulo della mela; poi diventa più scuro e rugoso e il gusto è più dolce e la consistenza più morbida.

In Asia gli alberi erano particolarmente apprezzati perché si diceva che facessero innamorare le persone.

Sarà per tutti questi motivi che “essere in un brodo di giuggiole” significa essere molto felici, traboccanti di felicità.

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