di Fausto Corsetti.

Secoli di storia sedimentata, castelli, cattedrali e monasteri. Il fuoco sacro dei più grandi artisti figurativi al servizio della spiritualità.
Dove trovare tutto questo? In Italia ovviamente.
Incantevoli borghi medioevali lontano dai percorsi più battuti offrono un mix irresistibile di cultura e natura. La luce di un’epoca, a torto considerata buia, risplenderà sulla giornata delle Gira-sole più curiose.
Vi propongo una meta al sapore di miele: Campodimele.
Cadeva una di quelle piogge sottili che s’inghiottono a pieni polmoni, che ti scendono sino allo stomaco.
Il paese mi è apparso bruscamente come accucciato sotto l’odioso cielo lacrimoso. L’acqua gli fumava sopra da tutte le parti. Sembrava essersi coricato là, nell’erba ruscellante, come una povera bestia stanca.
Comunque, una delizia per gli occhi e per lo spirito.
L’attuale nome del Comune deriva dal latino Campus Mellis, campo di miele, perché un tempo vi era un’abbondante produzione di questo alimento.
Un borgo di rara bellezza arrampicato su un colle e raccolto all’interno della cinta delle mura di difesa segnate da dodici torri cilindriche.
E’ il più piccolo dei centri dei monti Ausoni del versante pontino, ed è anche uno dei più piccoli comuni in assoluto della provincia di Latina, nel Lazio. Ma queste ridotte dimensioni sono largamente compensate dalle caratteristiche del paesaggio e della qualità della vita.
Un piccolo gruppo di case che solo da qualche anno si estende al di là dell’antica cinta muraria, per molti tratti ancora in ottimo stato di conservazione; un agglomerato che si è collocato, per questioni difensive, a dominare una stretta valle lungo la quale s’intrufola la Statale 82 Civita-Farnese, che dalla Valle del Liri, in Ciociaria, conduce a Itri: questo è Campodimele. Qui la Statale 82 finisce, ma attraverso l’Appia, si arriva fino al mare del Golfo di Gaeta.
Quando giungo a Campodimele, il primo impatto è con la sua cinta di mura e, soprattutto, con la minuscola e raccolta piazzetta sulla quale si affaccia il Comune. E’ il punto d’incontro pubblico, il luogo del mercato e delle feste, della sosta e dell’ammirazione per il panorama che vi si coglie.
L’abitato si sviluppa in uno spazio ristrettissimo, seguendo i classici canoni della difesa medioevale: case addossate a formare una massa difficilmente penetrabile, estrema difesa nel punto più alto, dove sorge la Chiesa di San Michele Arcangelo, nel cui interno è conservato un bel trittico raffigurante la Vergine tra San Sebastiano e San Rocco. Le scalinatelle, costruite per superare improvvise e forti salite specialmente nel punto più alto del paese, sembrano quasi più numerose delle viuzze.
Tutto è così raccolto e così minuscolo nelle dimensioni, che a guardare una planimetria verrebbe da pensare più al gioco di un disegnatore di geometrie, che non ad una struttura urbanistica.
Assaporare tutta la bellezza di questo borgo significa non perdersi assolutamente la visita al Monastero di Sant’Onofrio, suggestivo luogo di meditazione edificato nell’undicesimo secolo. All’interno gli appassionati d’arte possono trovare un altare a tre nicchie con statue lignee dei Santi Antonio Abate, Onofrio e Pafinunzio. Ricostruito dopo la seconda guerra mondiale, è oggi meta di pellegrinaggio.
E’ circondato dai lussureggianti Monti Ruazzo e Faggeta, terre adornate da splendidi cerri, sugheri e faggi e da una sorgente di acqua oligominerale, la “Faggetina”.
Incantevole è pure la Cappella rurale della Madonna delle Grazie, del XIII secolo, situata in località Taverna. Tutta in pietra viva, dopo l’attento restauro conservativo è tornata alle sue caratteristiche originarie.
Infine un paio di curiosità.
La prima: a Campodimele, il 12 giugno, giorno del patrono S. Onofrio, si celebra una festa molto caratteristica, con una processione sino al Convento del Santo e banchetti a base di carne di caprettone e “ciammaruche”, lumache di monte, in salsa piccantissima.
La seconda, più interessante: Campodimele allunga la vita. Su circa ottocentocinquanta abitanti, gli ottantenni sono oltre un centinaio, i novantenni oltre una quarantina, e non sono pochissimi nemmeno gli ultracentenari.
Il merito di tanta longevità? Alcuni ne attribuiscono le ragioni alle favorevoli condizioni ambientali e ad un’alimentazione semplice e straordinariamente genuina.
Personalmente, ritengo che il segreto della longevità sia fatto di piccole cose, come testimonia il monumento vivo al centro del paese: un olmo trisecolare che racchiude in sé i valori del territorio e della popolazione. Resto convinto che non siano i valori buoni il segreto della longevità ma i buoni valori a donare all’uomo una vita lunga e felice.
Di nuovo in sella. Una sbirciatina e una “sniffatina” al serbatoio della benzina… Un sussulto e la motocicletta riparte lasciando il paese, le piccole case, gli alberi e il serpentello di asfalto viscido dietro di sé.

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