A Roma un Quartiere fiabesco

di Paola De Lucia.  

Un itinerario romano sorprendente e insolito, per coloro che volessero disertare il centro storico, è quello che vi propongo di fare, possibilmente al calar delle tenebre, in uno dei quartieri “meno romani” della Capitale, disegnato dall’architetto Gino Coppedè nel 1916 e che rappresenta una particolare espressione del tardo Liberty, microcosmo a sé stante nel più ampio quartiere Salario-Trieste, confinante con il più noto Parioli.
Là dove via Arno incontra via Tagliamento, subito dopo Piazza Buenos Aires ai più conosciuta come Piazza Quadrata, non può passare inosservato l’impatto con un grande, ampio arco ispirato ad una porta romana, munito di un pesante lampadario in ferro battuto, di ingresso al fiabesco quartiere Coppedè che appare al visitatore, nel suo insieme, cupo, inquietante, fatato e misterioso allo stesso tempo, composto da 18 palazzine e 27 villini, destinati ad ospitare, nei suoi lussuosi appartamenti, la borghesia capitolina dei primi del Novecento.
Con un leggero brivido di paura e curiosità inconscia perché “la burla” è sempre in agguato, si viene subito rapiti dalla dimensione onirica delle case che si presentano ricche di stemmi barocchi, torrette medievali, decorazioni e motivi geometrici di ispirazione bizantina e con finti frammenti archeologici che fanno del quartiere Coppedè uno stile equidistante dal classico e dal liberty, non comune ed eclettico a Roma, assolutamente non assimilabile ad altri, essendo un mosaico di stili storici e di fantasie geografiche che, ancora oggi, restano unici e indefiniti.
Già su via Tagliamento, con i Palazzi d’accesso al quartiere, cosiddetti “degli Ambasciatori”, il mattone fa largo al cemento con facciate traboccanti di stucchi, ghirlande, mascheroni, bassorilievi e ricami che rievocano l’estenuante manierismo fiorentino del primo Cinquecento.
L’Arcone centrale che collega i suddetti Palazzi, è ornato da un grande mascherone in stucco sorretto da due efebi michelangioleschi, al di sopra del quale l’architetto omaggia la propria città natale collocandovi lo stemma dei Medici.
Oltrepassato l’Arco d’ingresso, illuminato dall’elegante e severo lampadario, si entra nel cuore di Coppedè: oscuri simboli, volutamente criptici come il gallo, la civetta, l’incensiere, le abbondanti scritte, spesso incomprensibili, compaiono sulle facciate delle palazzine e dei villini che circondano la bella ed elegante piazza. In un’atmosfera magica, ci appariranno, come per incanto, balconcini in ferro battuto, loggette coperte da delicate tettoie, bifore e trifore dalle esili colonnine traforate ed alti pinnacoli.
Abbassando lo sguardo, si viene invasi dalla bellezza di Piazza Mincio impreziosita dalla imponente Fontana delle Rane (ben 12 in tutto) considerata la rivisitazione in chiave ironica della altrettanto bella Fontana delle Tartarughe in Piazza Mattei al Ghetto; la Fontana delle Rane oltretutto è famosa perché teatro, 50 anni or sono, del bagno che i Beatles vi fecero vestiti, a conclusione del loro concerto tenuto nello storico Piper di via Tagliamento.
Le palazzine che affacciano su Via Aterno, Piazza Mincio e via Brenta sono dette “Villini delle Fate” e fanno da sfondo alla scenografica piazza con la Fontana. Qui l’atmosfera fiabesca culmina in un tripudio di affreschi colorati, finti mosaici, graffiti dorati con galee veneziane sui profondi loggiati e guizzanti animali a popolare ogni centimetro degli edifici.
La simbologia impera: le api, il ragno, i simboli del lavoro manuale…tutto sembra essere un’esortazione e un inno “al fare” e, quindi, alla operosità degli uomini del Nord, in contrapposizione alla mollezza papalina della Capitale.
Ma i Romani non se la son presa più di tanto e, anzi, hanno fatto sì che il quartiere delle fate, dei ragni e dei mascheroni si trasformasse ben presto in un set cinematografico d’eccellenza per i grandi film dell’horror all’italiana.
Vi lascio e mi scuso per essermi dilungata un po’ troppo, con un’esortazione a leggere le tante scritte sulle facciate dei Palazzi di Coppedè in uno dei quali, a Piazza Mincio n. 2, campeggia una scritta che di questi tempi non dovremmo mai dimenticare:
ENTRA IN QUESTA CASA CHIUNQUE TU SIA SARAI UN AMICO
IO PROTEGGO L’OSPITE

Un affettuoso ringraziamento alla Signora Anna Di Nunzio per le belle fotografie.

1 commento

  1. Conosco il quartiere, una di quelle “preziose” palazzine di via Brenta è la sede del Liceo Scientifico A.Avogadro.
    Decine di motorini parcheggiano davanti alla scuola ed all’uscita frotte di ragazzi invadono la mirabile piazza, l’ultimo giorno di scuola è di rito un bagno nella fontana….
    Eppure nn credo che alcuno di questi giovani conosca la storia del luogo come ci ha quasi accoratamente descritto Paola , nè i significati più nascosti e suggestivi, Sarebbe quasi il caso di inviare l’articolo al Preside dell’Istituto per quanto affascina e racconta! daniela

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