Le Metamorfosi della Terra
di Graziella Bellardini.

Lasciamo Hofn, con il suo grazioso porto sul mare, di mattina presto e riprendiamo la statale 1. Qui, nella zona sud-orientale, alla pesca si affianca una solerte attività agricola: grossi balloni di fieno con un rivestimento colorato sono disseminati nella pianura circostante creando macchie cromatiche tra cielo e terra.
Il territorio che stiamo attraversando non manca di sorprenderci continuamente, la strada spesso presenta tratti non asfaltati e si snoda docile tra i litigi di terra e mare. A sinistra montagne ghiaiose che scivolano verso il mare seminando detriti di varie grandezze e ci obbligano ad affrontare pendenze che tolgono il fiato non solo per il fantastico panorama. A destra gruppi di uccelli si lasciano dondolare nelle acque di lunghe e romantiche lagune, la cui ghiaia nera si allunga in spiagge scure, a tratti spettrali, abitate da arcaici massi scuri solitari come monoliti, che vanno incontro al mare, punteggiate da pochi ciuffi verdi colorati da piccoli e tenaci fiori rosa, quando ecco, la mole incombente di tratti montuosi le restringono improvvisamente creando scenari mozzafiato.
Continuiamo verso est, dove la Ring Road si inerpica con pendenze improvvise tra massicci montuosi, si distende attorno a bucolici laghetti, si insinua tra spettacolari bastioni rocciosi, finché, sorprendendoci ancora, davanti ai nostri occhi compaiono zone boscose formate da betulle e abeti, unica zona fittamente alberata d’Islanda, ed infine una fertile pianura disseminata di numerose fattorie con animali e macchine agricole.
Qui, a Egilsstadir, sembra che l’attività umana sia prevalente e frenetica: città di servizi, con aeroporto con voli giornalieri, è costruita sulla parete di una montagna che scende verso un profondo lago di origine glaciale abitato, si dice, da un mostro, formando a tratti alti gradoni di roccia spessa e scura. Le costruzioni non provano neanche a cambiare la capricciosa geometria del terreno; la natura non si sfida: le case basse e colorate si insinuano fin dove è possibile tra le pieghe della terra, seguono il terreno, assecondando le sue curve e i suoi spigoli.
Dall’altra parte del versante la parete è più impervia scendendo quasi a capofitto verso il lago sottostante; risalendo un sentiero aspro che costeggia la profonda gola scura scavata dall’acqua, si arriva in alto dove lunghe colonne colorate di basalto e arenaria fanno da cornice alle acque tumultuose: è Hengifoss, dove l’acqua in un salto di 128 metri penetra e scolpisce la roccia in più punti con sorprendenti geometrie.

Segue…

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