IL VELO IN UFFICIO APPRODA ALLA CORTE DI GIUSTIZIA UE

della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Il divieto di indossare sul posto di lavoro segni evidenti di riconoscimento politico, filosofico o religioso, come il velo, non costituisce una forma di discriminazione diretta.
Lo ha stabilito una sentenza della Corte di Giustizia Europea – Grande Sezione – diramata con comunicato stampa n. 30/17 del 14 marzo 2017, nelle cause C-157/15 e C-188/15*, per due casi di licenziamento di due donne di fede musulmana, che si sono verificati rispettivamente in Belgio e in Francia.
Il motivo del licenziamento delle due donne, che svolgevano la loro professione indossando il velo, è stata l’inconciliabilità di tale abbigliamento con la volontà del datore di lavoro di mantenere un’immagine di neutralità nei confronti dei clienti, con la conseguenza di “bandire” tutti i comportamenti che palesassero l’orientamento politico e religioso dei propri dipendenti, compreso il modo di abbigliarsi.
Occorre precisare fin da subito che tale scelta datoriale rientra nelle facoltà e nella libertà di gestione interna dell’impresa da parte dei titolari, purché essa sia realizzata dal datore di lavoro in maniera sistematica, coerente, legittima e proporzionata.
Tuttavia, essa deve essere contemperata con quanto indicato nella Direttiva n. 2000/78 sia sul principio di “parità di trattamento”, ovvero con la garanzia che tutti i soggetti siano trattati con pari dignità, che con la nozione di “libertà di religione” concetto comune a tutti gli Stati membri, la quale deve essere intesa non solo come libera convinzione interiore, ma anche come libertà di manifestare, privatamente e pubblicamente, individualmente o collettivamente, la convinzione religiosa stessa.
Nei casi di specie la Corte di Giustizia non ha quindi rilevato alcuna forma di discriminazione diretta, poiché i due licenziamenti sono risultati coerenti con il regolamento interno dell’impresa, atto a garantire la neutralità dell’immagine dell’azienda.
Non sono stati ravvisati quindi intenti persecutori specifici, in quanto la misura era indistintamente diretta a tutti i dipendenti e non unicamente nei confronti delle lavoratrici di religione islamica.
Ma la Corte UE non risolve la controversia a livello nazionale, dunque è rimandato ai giudici di Belgio e Francia l’ulteriore accertamento determinato ad acclarare se ci siano state forme di discriminazione indiretta, le quali si verificano quando una scelta gestionale apparentemente neutra sia posta in essere per creare indirettamente svantaggi alle persone che aderiscono ad una determinata religione o ideologia, discriminandole.
Questione delicatissima e tutt’altro che semplice, dunque, oltre che particolarmente attuale.

*Per chi volesse approfondire, il testo integrale della pronuncia della Corte è scaricabile dal sito www.curia.europa.eu

 

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