della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

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Ogni città rappresenta l’epitaffio per la vita di un bambino stroncata dalla “dimenticanza” del genitore.
Sopravvivere al proprio figlio è un’esperienza straziante e atroce, essere addirittura l’artefice della morte del proprio bambino rappresenta la più crudele descrizione del più efferato girone dell’inferno.
Il ruolo della giustizia è quello di perseguire i responsabili e, in tutti i casi citati, il titolo di reato è l’omicidio colposo, cioè non determinato dalla intenzionale volontà dell’attore.
Ma gli aspetti giuridici e processuali rappresentano un inutile strascico della vicenda, poiché tutti noi possiamo convenire che non ci sia pena più gravosa di continuare la propria vita dopo essere stati protagonisti di una tale sciagura, a nulla rilevando le conseguenze dettate dal codice penale.
Più di uno psichiatra sostiene che non necessariamente il fenomeno di “black out” della mente, come viene spesso definito, attenga a uno stato patologico, ma sembra invece accertata l’interazione con uno stato di stress.
Numerose le testimonianze di persone che hanno provato la terribile esperienza del black out, che solo per circostanze fortunate non si è tramutato in una tragedia.
Inutile cercare di ricostruire dinamiche specifiche, soprattutto perché più o meno, almeno in tutti i casi citati, l’iter è abbastanza ricorrente: abbiamo un genitore convinto di aver accompagnato il bambino all’asilo e che si catapulta, in buona fede, sul posto di lavoro, talvolta dopo una notte insonne, lasciando il figlio chiuso in macchina esposto alla tragica conseguenza.
Ritmi di vita forsennati, debolezze personali, difficoltà di conciliare le esigenze della famiglia con quelle lavorative, chilometri da percorrere quotidianamente, relazioni difficili, equilibri precari, senso di solitudine, complessità degli sforzi richiesti ogni giorno a tutti coloro i quali svolgano una vita che potremmo definire “ordinaria”…. Si, certo, sto descrivendo il lato negativo della vita di tutti i giorni di cui, prima o poi, un po’ tutti abbiamo avuto contezza.
Politiche serie di conciliazione, senso della comunità, equa ripartizione delle responsabilità familiari e solidarietà sociale potrebbero forse alleviare lo stress delle giovani famiglie?
In questi giorni si sono scatenate critiche e commenti da ogni parte.
Ognuno sente l’insopprimibile impulso di esprimere se stesso, anche quando non c’è alcun contenuto da condividere e nessun contributo da dare al prossimo.
Il nostro contributo non può che essere l’invito al silenzio e al rispetto di una tragedia senza misura e senza fine, nella speranza di non trovarci ancora, tra un anno, a scrivere il nome di un’altra città, legato alla fine di un’altra piccola vita, di una intera famiglia e, in definitiva, al fallimento dell’intera società.

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