della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Abbiamo atteso volontariamente che si placassero le polemiche dei primi giorni e i gossip sulla sentenza della Cassazione in materia di divorzio più chiacchierata degli ultimi tempi: la n. 11504/2017 che non esitiamo a definire una “rivoluzione copernicana” sul piano dei rapporti patrimoniali tra ex coniugi, in questo caso piuttosto illustri.
Prima di avviare una riflessione di carattere “sociale” sul tema, occorre però delineare l’oggetto della contesa fra gli ex coniugi e confrontare la decisione della Cassazione con la norma vigente.
Come reso noto dalle cronache, alla ex moglie di un ex Ministro della Repubblica è stato negato l’assegno di mantenimento, poiché la Suprema Corte ha ritenuto di non applicare tout court, almeno al caso di specie, il noto parametro del tenore di vita in costanza di matrimonio.
La Cassazione si è infatti basata su un generale principio di auto-responsabilità di ciascuno degli ex coniugi, negando quindi il mantenimento all’ex coniuge economicamente più debole, in virtù della  obiettiva possibilità della ex moglie di mantenersi con il proprio lavoro.
In estrema sintesi, secondo i giudici della Cassazione, in presenza di oggettiva capacità di lavoro personale, in tal caso determinata dall’aver conseguito una laurea presso uno degli istituti più prestigiosi e qualificati al mondo, non si giustifica un assegno di mantenimento del tenore di vita tenuto durante il matrimonio, dal momento che con il divorzio cessano gli effetti del rapporto di coniugio e con esso l’obbligo di reciproca assistenza materiale e morale di cui all’art. 143 del codice civile.
Lo scioglimento del matrimonio consente, nel caso di specie, di recuperare lo status di soggetti singoli, in quanto tali liberi da vincoli, affettivi quanto economici.

Ma a ben vedere, la conclamata rivoluzione rispetto ai criteri dettati dalla norma che delinea il concetto di “tenore di vita”, forse applicato dai giudici acriticamente per troppi anni, è solo apparente.
L’art. 5 della legge n. 898/1970 e successive modificazioni e integrazioni stabilisce infatti, al comma 6, che “con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo del coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.
Il successivo comma 9 dispone che “i coniugi devono presentare all’udienza di comparizione avanti al Presidente del Tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi ed al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni il Tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria”.

La I Sezione della Cassazione civile, ha semplicemente applicato i criteri contenuti nell’art. 5 sopra citato e agito di conseguenza, all’esito di tutte le valutazioni necessarie e dopo aver ponderato le particolari condizioni dei contendenti. Non è cambiata la legge ma la sua interpretazione alla luce di una concezione di unione sicuramente più attuale e più aderente al percorso evolutivo compiuto dalle donne negli anni, e aggiungerei un sano “grazie a Dio”!
Ridimensionerei ogni allarmismo, dunque, perché i giudici continueranno a valutare le singole situazioni e tutti gli elementi utili che di volta in volta saranno sottoposte al loro vaglio, continuando a riconoscere la portata del ruolo di ciascun coniuge all’interno della famiglia.

La celebrità delle parti in causa e il naturale interesse che suscita l’argomento in sé hanno tuttavia scatenato un vero vespaio intorno alla vicenda, oggetto di animati confronti e discussioni nei giorni scorsi.
Al netto del mai troppo vituperato circo del gossip ci sembra, tuttavia, un tema le cui riflessioni connesse approdino di diritto al nostro sito di “gira-sole”, il quale annovera nella propria mission proprio la ricerca della propria indipendenza e autodeterminazione, con particolare riguardo alla condizione femminile.
Per stimolare la riflessione, partiamo dai dati statistici.
1. Dal report diramato dal sito ufficiale www.istat.it in materia di matrimoni, separazioni e divorzi, risulta che in Italia, nel 2015, sono stati celebrati 194.377 matrimoni, ma d’altro canto abbiamo assistito a 82.469 divorzi.
2. E ancora, i dati statistici rivelano che la disoccupazione in Italia affligge principalmente i giovani e le donne.
3. Infine, in Italia il ruolo svolto all’interno del contesto domestico, solitamente dalle donne, non è ufficialmente riconosciuto in nessun modo. Il riconoscimento delle donne che lavorano per la propria famiglia è demandato alla levatura morale dell’uomo che produce reddito e al tasso di filantropia dello stesso. Ce ne possiamo dolere, ma dobbiamo prendere atto di fatti oggettivi.
Mettendo insieme gli elementi appena esposti, anche un bambino di 5 anni ne dedurrebbe che il matrimonio non è indissolubile e che le donne sono, di frequente, soggetti economicamente più deboli rispetto agli uomini, dunque ne deriva che la maggior parte dei divorzi coglie la ex moglie in una posizione economicamente deteriore rispetto all’ex marito.
Specifico che rispetto profondamente le scelte di ciascuno e che conosco e apprezzo infinitamente il valore del contributo della donna in seno alla famiglia, che non esito a definire incommensurabile.
Trovo nobilissimo il gesto di rallentare la propria produttività in organizzazioni esterne alla casa a beneficio della stabilità familiare.
La famiglia è un’azienda di piccole dimensioni, ma non si può negare che sia la più estesa in fatto di esigenze, necessità, complessità delle competenze richieste.
Le donne si trovano a dover sopperire a mille necessità diverse, soprattutto in presenza di figli, e per esperienza personale posso testimoniare che mantenere la concentrazione nel proprio campo lavorativo è davvero un’impresa ardua quando uno dei nostri cuccioli è a casa malato.
Tuttavia, pur rispettando in maniera sincera la scelta di chi rinuncia del tutto ad un proprio impegno lavorativo esterno a beneficio del percorso di carriera del marito, mi domando se per caso non sussista anche un po’ di superficialità di valutazione nel momento in cui si opta per una scelta così drastica, pur avendo oggettive possibilità di lavoro e di produrre reddito personale, anche minimo.
Tornando alla sentenza oggetto della presente riflessione, la signora, per sua stessa ammissione e come peraltro confermato dagli atti ufficiali, risulta qualificata per svolgere una professione attinente al suo titolo di studio, soprattutto nel suo paese di origine, ma nonostante ciò ha scelto di seguire il marito, di impegnarsi negli eventi mondani della coppia e di rendersi utile esclusivamente all’interno del contesto domestico.
L’interrogativo sorge spontaneo: che cosa scatta in una donna nel momento in cui preferisce limitare i propri orizzonti per vivere all’ombra di un uomo, benché importante e di successo?
Non è forse più rispettoso verso se stesse e verso i propri cari, proprio in virtù dell’amore che per essi coltiviamo nel nostro cuore, cercare una conciliazione tra le esigenze della famiglia e le proprie?
Un conto è arretrare, sospendere momentaneamente in relazione ad esigenze specifiche legate magari all’infanzia o alla salute dei figli, tutt’altro è rinunciare!
Insomma, laurearsi è faticoso, studiare è un’opportunità meravigliosa, ma si tratta di stare ore e ore seduti a un tavolo in un’età in cui la gioventù morde il freno e si è pieni di interessi da coltivare, oltre agli studi.
Inoltre, i genitori che mantengono gli studi dei propri figli affrontano senza meno notevoli sacrifici, magari compensati dalla ragionevole speranza di donare ai propri figli un’opportunità di vita migliore, un futuro di autosostentamento e, perché no, di soddisfazioni nel campo professionale.

Auguro a tutti di “vivere per sempre felici e contenti nel castello” ma oltre alla favola, ricordiamo che il matrimonio non è indissolubile e, soprattutto, ricordiamoci che abbiamo le carte in regola per procurarci da sole il nostro mantenimento e sostentamento, senza fare la questua a un uomo che non è più legato a noi affettivamente.
Concludo citando Jorge Luis Borges :“chi cammina sulle orme di un altro non lascia impronte”.

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