IL PUGNO AL BULLO
della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

E’ davvero dolce il sapore della giustizia terrena!
Con ordinanza n. 22541 depositata il 10 settembre 2019, la III Sezione Civile della Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proposto dai genitori di un ragazzino bullizzato da un coetaneo, il quale aveva reagito ai reiterati comportamenti vessatori con un pugno in faccia al bullo.
“Il pugno di reazione”, chiamiamolo così, aveva provocato nel bullo “l’avulsione traumatica dell’incisivo superiore laterale, la lussazione dell’incisivo centrale e l’escoriazione al labbro”.
Vorrei subito sgomberare il campo da equivoci e affermare che la violenza, in ogni forma, è sempre deprecabile, dunque lungi da me cercare forme di compiacimento ad essa in questo caso, per la verità molto particolare.
Cionondimeno, la descrizione della scena ha rievocato in me una celebre pièce cinematografica del compianto e mai troppo lodato Mario Brega, nel film “Acqua e Sapone” in cui si vantava di aver procurato la “frantumazione delle mucose” nel corso di una rissa, ai danni dell’avversario che aveva importunato la propria figlia.
Ma torniamo seri e vediamo più da vicino come sono andate le vicende processuali.
Il Tribunale dei minorenni aveva emesso sentenza di non luogo a procedere nei confronti del ragazzino reattivo, mentre il Tribunale di Catanzaro, successivamente adito per veder riconosciuto il risarcimento del danno nei confronti del bullo nella misura di 18.000 euro, riconosceva il concorso di colpa del bullo stesso al danno dovuto al pugno, riducendo la condanna a 1.765,50 euro e compensando tra le parti le spese di lite.
L’art. 1227 del codice civile, concernente il concorso di colpa, prevede infatti che se il creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate. In brutale sintesi “se te la sei cercata, non avanzare pretese da nessuno”!
In Corte d’Appello la decisione subiva però un ribaltamento, poiché veniva scisso la reazione del bullizzato dalla concatenazione di eventi vessatori messi in atto dal coetaneo prepotente, disconoscendo così che la reazione violenta fosse la conseguenza di una provocazione reiterata.
Il caso è successivamente approdato in Cassazione, ove invece è stato nuovamente riconosciuto il concorso di colpa. Secondo i giudici di legittimità, la Corte di Appello aveva omesso di considerare un elemento decisivo per l’esito del giudizio, non tenendo in debito conto che senza gli episodi ripetuti di bullismo il pugno non avrebbe avuto ragione di essere. Il ragazzo reattivo non era infatti persona violenta, bensì un giovane dedito allo studio e solitamente di temperamento mite.
La storia processuale finisce quindi con l’accoglimento della tesi dei genitori del ragazzino bullizzato e la cassazione con rinvio della sentenza della Corte di Appello in favore del bullo.
Interessante, vero?
Troverete di seguito la parte motiva della pronuncia della Cassazione, che ho ritenuto di trascrivere letteralmente, poiché stavolta più che mai le parole degli Ermellini costituiscono spunto di riflessione e di crescita per ciascun genitore che si preoccupi di infondere nei propri figli principi di convivenza civile e di rispetto, non sempre agevoli da trasmettere ai bambini in una società dove vige la legge della giungla.

“Viene ritenuta, infatti, una regola di esperienza che colui che è reiteratamente aggredito reagisce come può per far cessare l’altrui condotta lesiva (Cass. 08/11/2012, n. 19294). Quando l’autore della reazione sia un adolescente, vittima di comportamenti prevaricatori, aggressivi, mortificanti e reiterati nel tempo, occorre, in aggiunta, tener conto che la sua personalità non si è ancora formata in modo saldo e positivo rispetto alla sequela vittimizzante cui è stato supposto; è prevedibile, infatti, che la sua reazione possa risolversi, a seconda dei casi, nell’adozione di comportamenti aggressivi internalizzati che possono trasformarsi, con costi anche particolarmente elevati in termini emotivi, in forme di resilienza passiva e autoconservative, evolvere verso forme di autodistruzione oppure tradursi, come è avvenuto nel caso di specie, nell’assunzione di comportamenti esternalizzati aggressivi. Pur dovendosi neutralizzare e condannare l’istinto di vendetta del minore bullizzato, è innegabile che la risposta ordinamentale non possa essere solo quella della condanna dell’atto reattivo come comportamento illecito a sé stante, ignorando le situazioni di privazione e di svantaggio che ne costituivano il sostrato, non solo perché l’ignoranza e la sottovalutazione possono (persino) attivare un circolo negativo di vittimizzazione ulteriore, ma anche perché il bullismo non dà vita ad un conflitto meramente individuale, come dimostrano le rilevazioni statistiche, e richiede un coacervo di interventi coordinati che, oltre a contenere il fenomeno, fungano da diaframma invalicabile che si interponga tra l’autore degli atti di bullismo e le persone offese, anche onde rendere del tutto ingiustificabile la reazione di queste ultime. In assenza di prove circa come le istituzioni, la scuola, in particolare, fossero intervenute per arginare il fenomeno del bullismo e per sostenere l’odierno ricorrente, quindi mancando anche la prova della ricorrenza di espressioni di condanna pubblica e sociale del comportamento adottato dai cosiddetti bulli, non era legittimo attendersi da parte di R.F., adolescente, una reazione razionale, controllata e non emotiva. Nel caso di specie, non solo non è fuori luogo, ma è persino doveroso che l’ordinamento si dimostri sensibile verso coloro che sono esposti continuamente a condizioni vittimizzanti idonee a provocare e ad amplificare le reazioni rispetto alle sollecitazioni negative ricevute; soprattutto ove la vittima venga privata del meccanismo repressivo istituzionale dell’illecito e, come sembra sia avvenuto in questo caso, venga lasciata sola nell’affrontare il conflitto. Non una sola parola è stata spesa, infatti, per chiarire se la scuola si fosse fatta carico di predisporre interventi di contrasto della piaga del bullismo attraverso un programma serio e articolato fondato su specifiche direttive psicopedagogiche e su forme di coinvolgimento dei genitori. Sicché è opinione di questo Collegio che l’accertamento di una responsabilità individuale decontestualizzata non sia in grado di garantire una giustizia riparativa efficace. Nell’attesa che si diffondano forme di giustizia riparativa specificamente calibrate sul fenomeno del bullismo, ferma la necessaria condanna tanto dei comportamenti prevaricatori e vessatori quanto di quelli reattivi, la risposta giuridica, nel caso di specie, non avrebbe dovuto ignorare le condizioni di umiliazione a cui l’adolescente in questione è provato fosse stato ripetutamente sottoposto”.

Se facessi la nobile professione dell’insegnante, leggerei queste parole ai miei studenti.
Le leggerò comunque, da madre, alle mie figlie.

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