LADRO DI MELANZANA…

della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Nell’immaginario comune chi lavora a contatto con questioni legali svolge professioni piuttosto prive di fantasia, ma invece il mondo giuridico è sempre prodigo di una casistica assai sorprendente, come il caso che intendiamo trattare in questo piccolo articolo, talmente particolare che ha suscitato molte curiosità e che ha scatenato diversi dibattiti.
Il tentato furto di una melanzana da un campo agricolo, avete capito bene, una melanzana e una soltanto, è infatti assurto agli onori della cronaca per aver attraversato ben tre volte le aule giudiziarie: in Tribunale, in Corte d’Appello e in Cassazione!
Riassumo per farla breve: il signor S.S. aveva tentato di sottrarre (rubare mi sembra effettivamente un termine eccessivo) una sola melanzana dal campo del signor D.G., peraltro neanche riuscendo a compiere definitivamente il pericolosissimo reato.
Il fatto, negli atti giudiziari, è quindi qualificato come tentato furto.
L’aspirante ladro di melanzane non si è quindi dato pace e ha fatto ricorso fino innanzi alla Suprema Corte per veder riconosciute le proprie ragioni e per chiedere l’annullamento della condanna emessa nei propri confronti.
All’esito di un lungo iter giudiziario, dunque, la Cassazione, con sentenza n. 12823/2018, ha accolto il ricorso dell’aspirante “rubamelanzane”, annullando la sentenza emessa in appello “perché il fatto non è punibile ai sensi dell’art. 131-bis del codice penale”.

L’art. citato prevede infatti che “Nei reati per i quali è prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni, ovvero la pena pecuniaria, sola o congiunta alla predetta pena, la punibilità è esclusa quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, primo comma, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale.
L’offesa non può essere ritenuta di particolare tenuità, ai sensi del primo comma, quando l’autore ha agito per motivi abietti o futili, o con crudeltà, anche in danno di animali, o ha adoperato sevizie o, ancora, ha profittato delle condizioni di minorata difesa della vittima, anche in riferimento all’età della stessa ovvero quando la condotta ha cagionato o da essa sono derivate, quali conseguenze non volute, la morte o le lesioni gravissime di una persona.
Il comportamento è abituale nel caso in cui l’autore sia stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza ovvero abbia commesso più reati della stessa indole, anche se ciascun fatto, isolatamente considerato, sia di particolare tenuità, nonché nel caso in cui si tratti di reati che abbiano ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate.
Ai fini della determinazione della pena detentiva prevista nel primo comma non si tiene conto delle circostanze, ad eccezione di quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale. In quest’ultimo caso, ai fini dell’applicazione del primo comma non si tiene conto del giudizio di bilanciamento delle circostanze di cui all’articolo 69.
La disposizione del primo comma si applica anche quando la legge prevede la particolare tenuità del danno o del pericolo come circostanza attenuante”.

Gli elementi principali che hanno concorso allo “scagionamento” del pericoloso delinquente sono quindi stati ravvisati nella mancanza di un danno compiuto (in quanto il furto è stato solo tentato), nella particolare tenuità del pericolo corso (in effetti provare a rubare una melanzana da un campo non sembra una condotta particolarmente offensiva), nella mancata abitualità in quanto il signor S.S. aveva precedenti ma non successivi all’anno 2000, quindi ormai lontani nel tempo.
A parte gli elementi tecnici, pur sempre interessanti, lascia basiti il fenomeno in sé, ovvero la possibilità che, anche su un caso del genere, la macchina della giustizia si sia messa minuziosamente in moto e abbia proseguito il proprio cammino, con tutte le spese che ne conseguono a carico del contribuente, nonostante la totale irrilevanza della questione.
Un processo costa diverse migliaia di euro e la cronaca recente di Tribunali inagibili, ove le funzioni si svolgono addirittura nelle tendopoli, dovrebbe far riflettere sull’ordine delle priorità del sistema giustizia in Italia.
Caso curioso quanto inquietante, dunque, almeno per me!

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