…E CODICE ROSSO
della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense. 

 

Sembra un ossimoro: “maltrattamenti” e “famiglia” esprimono infatti concetti antitetici, poiché la famiglia dovrebbe essere il luogo dell’accoglienza, della reciproca assistenza e del sostegno, avulso da qualunque forma di violenza e di forme di maltrattamento.
Purtroppo, però, dalle cronache e dall’esperienza di tutti i giorni sappiamo che non è così: il reato di maltrattamenti in famiglia, punito dall’art. 572 del codice penale, si configura invece come una triste realtà, tutt’altro che rara.
Dal sito ufficiale dell’ISTAT emergono dati allarmanti, come si evince da un estratto che condivido di seguito: “le sentenze con almeno un reato di maltrattamenti in famiglia sono aumentate da 1.320 nel 2000 a 2.923 nel 2016. I condannati sono soprattutto uomini nati in Italia.
Nelle sentenze di condanna per maltrattamento in famiglia sono spesso riportati come reati associati anche le lesioni personali, la violenza privata, la minaccia, la violenza sessuale, nonché altri reati, ma solo in alcuni anni, come l’estorsione e la resistenza a pubblico ufficiale.”
Ne emerge un quadro alquanto pauroso e avvilente, segno di una società in profonda regressione culturale e di una fase critica di involuzione, contraddistinta dalla perdita del rispetto del nostro prossimo e, più in generale, di una progressiva desuetudine a rapportarsi civilmente con gli altri esseri umani, che va di pari passo alla crescita del libero sfogo a forme di violenza e odio, manifestate in modo vile e becero sui soggetti più deboli.
Di certo, quello di maltrattamenti è fra i reati più odiosi presi in considerazione dalla legge votata il 17 luglio 2019 al Senato, che ha introdotto interventi finalizzati a rendere più celeri le procedure di indagini e ad inasprire le pene, oltre che a circoscrivere meglio le condotte di reati quali lo stalking, le violenze sessuali, l’aggressione con acido, le nozze indotte con la violenza e il cosiddetto “revenge porn”.
La condotta penalmente rilevante descritta dall’art. 572 c.p. per i maltrattamenti consiste nel maltrattamento di una persona della famiglia, o comunque convivente o sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o arte. Le pene sono state inasprite dal cd. Codice Rosso, passando dalla reclusione da 2 ai 6 anni del sistema previgente ai 3-7 anni attuali. La pena è inoltre aumentata fino alla metà se la violenza è indirizzata ai danni di un minore, di una donna incinta, o di un disabile, o se è commessa con l’utilizzo delle armi.
In tale quadro generale risulta interessante e attuale una recente sentenza della Corte di Cassazione, la n. 19922/2019, la quale ha affrontato il caso dei maltrattamenti ex art. 572 c.p. relativa al caso in cui il partner (spero in seguito divenuto ex), aveva adottato una condotta reiterata vessatoria e aggressiva nei confronti della partner (vale per lei la stessa speranza per il partner di sesso maschile di cui sopra), causandone uno stato definito di “avvilimento generale”, benché al di fuori di una relazione matrimoniale e di convivenza stabile, ma sempre nell’ambito di una relazione affettiva, o che come tale sembrava configurarsi.
La Cassazione ha quindi interpretato in senso ampio l’ambito di applicazione della norma stessa, estendendolo cioè anche a rapporti in cui non sussiste la convivenza o il matrimonio, ma per i quali sia rilevabile un progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà ed assistenza, come nel caso di una comune relazione affettiva protratta nel tempo.
Nella parte motiva si legge infatti che “in tema di maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p. è applicabile non solo ai nuclei familiari fondati sul matrimonio, ma a qualunque relazione sentimentale che, per la consuetudine dei rapporti creati, implichi l’insorgenza di vincoli affettivi e aspettative di assistenza assimilabili a quelli tipici della famiglia o della convivenza abituale. Ragione per cui il delitto è configurabile anche quando manchi una stabile convivenza e sussista, con la vittima degli abusi, un rapporto familiare di mero fatto, caratterizzato dalla messa in atto di un progetto di vita basato sulla reciproca solidarietà ed assistenza”.
L’orientamento della Cassazione risulta quindi in linea con l’esigenza sociale di maggior tutela che il Legislatore ha ritenuto di perseguire nei confronti dei soggetti deboli nel caso in cui essi siano vittime di relazioni interpersonali morbose e nocive, attraverso l’adozione del Codice Rosso.
In considerazione della portata sociale che la materia riveste e dell’attenzione che desta per la redazione del sito www.legirasole.it, ci proponiamo di condurre un approfondimento sulle singole fattispecie, nella speranza che una legge più severa abbia effetti deflattivi sui comportamenti violenti ai danni dei soggetti deboli.

 

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