della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Gabriel Garcia Marquez sosteneva che tutti gli esseri umani hanno tre vite: pubblica, privata e segreta.
Sembrerebbe un concetto ovvio, eppure…
È infatti giunta all’attenzione della Corte di Cassazione una questione di straordinaria attualità: la violazione della privacy domestica che rileva per il reato di “interferenze illecite nella vita privata”.
Con sentenza n. 36109 del 27 luglio 2018, la Suprema Corte ha infatti riconosciuto la responsabilità agli effetti civili dell’ex marito, tale signor C, che aveva filmato la coniuge in atteggiamenti privatissimi, quali l’igiene della propria persona nuda o seminuda, contro la volontà della donna.
Tale condotta rileva, infatti, ai sensi dell’art. 615 bis del codice penale, il quale prevede che “chiunque, mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati nell’art. 614, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni”.
Come si evince dalla semplice lettura, l’oggetto della tutela è ciò che accade nella sfera di riservatezza domiciliare (che può essere anche un’abitazione altrui) a protezione della personalità dell’individuo, laddove questa si può estrinsecare privatamente e liberamente.
Di conseguenza, la condotta penalmente rilevante coincide con una indebita intrusione nella vita privata altrui, determinata dall’assenza del consenso della persona oggetto delle immagini e senza che il soggetto attivo del reato compaia nelle immagini riprese e/o registrate.
In altri termini, si tratta di una incursione selvaggia e non autorizzata nell’altrui sfera intima.
Ma sono forse episodi rari o isolati?
Tutt’altro, direi!
Basta fare un giro su Facebook per trovare di tutto: persone riprese seminude che russano inconsapevoli nel sonno, bambini seduti sul vasino con una minuziosa dovizia di particolari annessi e tanti altri episodi, sinceramente inquietanti.
L’avvento degli smartphone, ha causato negli adepti alle “comunità social” un’imbarazzante perdita del buon gusto, come anche dell’attenzione per il contenuto spesso inconsistente di ciò che si è soliti ritrarre, fotografare, registrare, perdendo di vista il senso del privato.
Si avverte quasi l’impressione che in pochi si domandino, prima di riprendere una scena o scattare una foto, se esista un senso nelle immagini o nei suoni ritratti ossessivamente, talvolta decine di volte in un giorno, anche a costo di penalizzare la sfera privata o addirittura intima delle persone.
La domanda, peraltro semplice, è: cui prodest? A chi giova trascorrere un cospicuo tempo della vita a ritrarre e registrare immagini del genere, soprattutto contro la volontà del soggetto ritratto?
In pochi si pongono l’interrogativo, ma la giustizia terrena esiste!
Ed ecco che il protagonista del fatto in sentenza, l’egregio “signor C”, lettera che indica non solo l’iniziale del nome ma anche di un appellativo solitamente utilizzato per esprimere disvalore umano, ritraendo la moglie in atteggiamenti assai privati e intimi, è giustamente incorso nel reato di interferenze illecite nella vita privata.
Che dite, avrà imparato la lezione, visto che il dispositivo della sentenza lo condanna al pagamento di diverse migliaia di euro?
Non saprei, ma poiché i “signori C” sono tutt’altro che rari, forse è utile spargere la notizia, ricordando anche che Albert Einstein riteneva che “una condotta di vita semplice e discreta è la cosa migliore per tutti, per il corpo e per la mente”.

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