della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Correva l’anno 2003 e negli Stati Uniti d’America usciva nelle sale “Prima ti sposo e poi ti rovino”, film dalla trama trita e ritrita della donna assetata di denaro, dedita ad ammaliare uomini benestanti per poi spennarli come polli da batteria.
La trama è plateale e i protagonisti fantasmagorici: parliamo di Catherine Zeta Jones e “niente po’ po’ di meno che” di George Clooney; ma la storia per lungo tempo ha avuto un suo riscontro nella realtà, anche se in termini meno fantasiosi.
Ancora una volta le Girasole, a cui tanto sta a cuore l’indipendenza a tutto tondo delle donne, pone l’attenzione sulla direzione della giurisprudenza italiana in materia di provvedimenti emanati in tema di mantenimento  nei confronti dell’ex coniuge.
Il titolo giusto del film, se fosse girato oggi e successivamente alla cosiddetta storica “sentenza Grilli n. 11504/2017” (cfr. articolo “Divorzio all’italiana” sul sito www.legirasole.it) sarebbe infatti “PRIMA TI SPOSO POI NON TI ROVINO PIU’”.
La Cassazione, con pronuncia n. 3015 depositata il 7 febbraio 2018, ha infatti affermato che l’ex coniuge non ha diritto all’aumento dell’assegno divorzile se la ex moglie rassegna volontarie dimissioni dal posto di lavoro e dispone di strumenti adeguati per il proprio sostentamento.
Nel caso di specie la ex moglie, per una sua decisione personale, aveva rinunciato volontariamente alla sua attività lavorativa, disponeva di un canone derivante da una sua proprietà concessa in locazione e l’unico figlio, ormai maggiorenne, viveva col padre.
In una situazione del genere, qualcuno mi deve spiegare per quale ragione l’ex marito dovrebbe aumentare l’assegno divorzile per colmare il divario tra tenore di vita avuto durante gli anni del matrimonio e tenore di vita successivo alle volontarie dimissioni della ex moglie.
Vale la pena quindi ricordare ancora una volta cosa dispone la legge.
L’art. 5 della legge n. 898/1970 e successive modificazioni e integrazioni stabilisce, al comma 6, che “con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo del coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.

Occorre quindi rammentare che il divorzio scioglie gli effetti del matrimonio e che, pertanto, permane in capo all’ex marito o alla ex moglie esclusivamente l’obbligo di provvedere al sostentamento dell’ex coniuge, ma solo qualora lo stesso non disponga di strumenti necessari per procacciarsi da vivere: cibo, cure mediche e un tetto sulla testa.
Durante il matrimonio erano garantiti anche vestiti di alta sartoria e frequentazioni di club esclusivi? Pazienza, si vive bene anche senza.
Attenzione, mantenere il doppio ruolo professionale e familiare è davvero uno sforzo titanico per una donna, tuttavia credo che ogni volta che una moglie rassegni le proprie dimissioni dal lavoro, contando sull’aiuto vita natural durante da parte del proprio marito, dovrebbe fare mente locale sulle conseguenze della propria azione, in termini di dignità personale e insidiose difficoltà economiche, nel caso in cui i fiori d’arancio appassiscano prematuramente.

E ricordiamoci sempre che “il denaro che si possiede è strumento di libertà, quello che si insegue è strumento di schiavitù!” (Jean-Jacques Rousseau)

 

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