della Dott.ssa Marialuigia De Lucia, abilitata alla professione forense.

Ne sentiamo parlare da mesi, ovunque e tramite qualunque canale di comunicazione.
Reddito di cittadinanza e migranti, sono i due temi sui quali il Governo attuale ha maggiormente polarizzato l’attenzione di noi tutti.
Preliminarmente corre l’obbligo però di fare mente locale sul fatto che misure a sostegno della disoccupazione, quindi a sostegno delle aziende e dei lavoratori in difficoltà, esistono da molto tempo e sono anche strumenti molto diffusi nei paesi nei quali si presume che esista uno stato sociale.
A titolo esemplificativo, in Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Regno Unito, Spagna e Svezia, sono previste forme di ammortizzatori sociali e integrazione salariale a sostegno della disoccupazione, in misura e durata che variano a seconda delle normative vigenti all’interno delle singole nazioni.
Sembra utile rilevare che in Italia il reddito di cittadinanza è il pronipote della Cassa Integrazione Guadagni, introdotta con decreto legislativo n. 869/1947 e ulteriormente sviluppata nel 1975, ed è il cuginetto della NASPI (Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego) che è entrata in vigore per l’effetto dei decreti attuativi del cd. job’s act.
Keep Calm, dunque, poiché “nihil sub sole novi”.

Per chi avesse curiosità, preciso che la NASPI spetta qualora sia accertato lo stato di disoccupazione involontaria, nel caso risultino 13 settimane contributive nei 4 anni precedenti alla disoccupazione e 30 giorni di effettivo lavoro negli ultimi 12 mesi. Naturalmente la quota spettante è variabile in relazione alla posizione retributiva e contributiva dell’ex lavoratore, ma in brutale sintesi approssimativa si aggira intorno al 75% della retribuzione annua e per il 2019, comunque, non può superare € 1.378,76 mensili, per una durata pari alla metà delle settimane di contribuzione negli ultimi 4 anni.

Mi sembrava utile inquadrare il nuovo istituto nel proprio contesto (anche perché il Reddito di Cittadinanza non è incompatibile con la NASPI) e iniziare a condividere la lettura del decreto legge 28.1.2019, n. 4 (G.U. n. 23 del 28.1.2019), per la parte che dispone il cosiddetto RDC, il quale per i nuclei familiari composti da uno o più componenti di età pari o superiore a 67 anni assume la denominazione di pensione di cittadinanza.

– Decorrenza e beneficiari: la decorrenza è fissata per il mese di aprile 2019 e i beneficiari sono i cittadini italiani o di paesi facenti parte dell’UE, ovvero di paesi terzi in possesso di permesso di soggiorno UE per soggiorni di lungo periodo, residenti in Italia per almeno 10 anni, di cui gli ultimi 2 in modo continuativo. La platea è quindi molto ampia.
– Requisiti reddituali: ISEE inferiore a 9.360 euro, patrimonio immobiliare fino a 30.000 euro, patrimonio mobiliare fino a 6.000 euro, che aumenta di 2000 euro per ogni componente fino ad un massimo di 10.000 euro, infine un valore di reddito familiare inferiore a 6000 euro ottenuto in applicazione dei parametri di cui al comma 4 dell’art. 2 del d.l. 4/2019.
– Importi: naturalmente l’importo varia a seconda della posizione del/dei richiedenti, ma può oscillare da 500 euro mensili netti più 280 di contributo per spese di affitto, in caso di richiedente singolo, fino a 1.050 euro mensili netti più 280 euro di contributo per l’affitto per un nucleo familiare composto da 5 persone di cui 2 minori under 14. I calcoli potranno subire rimodulazioni a fronte del numero di domande che perverrà.
– Requisiti di beni durevoli: nessun familiare deve essere intestatario o avere la piena disponibilità di autoveicoli nuovi (immatricolati nei 6 mesi antecedenti alla richiesta di RDC) e superiori a 1600 cc, moto di cilindrata superiore a 250 cc seminuove (cioè immatricolate nei 2 anni antecedenti alla richiesta di RDC), di navi e imbarcazioni da diporto.
Il RDC non spetta nel caso in famiglia vi siano componenti disoccupati per dimissioni volontarie fino al dodicesimo mese successivo alle dimissioni. Preciso inoltre che i coniugi separati o divorziati permangono nello stesso nucleo familiare finché risiedono nella stessa abitazione e il figlio maggiorenne non convivente continua a far parte del nucleo familiare, se risulta a carico ai fini IRPEF, non è coniugato e non ha figli.
– Regime fiscale e durata: il reddito di cittadinanza è esente da IRPEF e spetta per un periodo continuativo di 18 mesi che può essere rinnovato, dopo un mese di sospensione dell’erogazione del beneficio, per altri 18 mesi. La sospensione non si applica alla pensione di cittadinanza. È invece possibile applicare interruzioni in caso di intervalli di occupazione e successivamente riprendere il RDC per la quota residua.
– Patto per il lavoro e per l’inclusione sociale, le condizioni per l’erogazione del beneficio: i beneficiari devono dichiarare immediata disponibilità al lavoro da parte dei componenti del nucleo familiare maggiorenni e aderire ad un percorso personalizzato di accompagnamento all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale (servizio in comunità, riqualificazione professionale, completamento degli studi e altri impegni strumentali al reinserimento nel mercato del lavoro). Naturalmente tali obblighi non sussistono per la Pensione di Cittadinanza.
– Obblighi del beneficiario: oltre all’accettazione del patto per il lavoro e di inclusione e delle relative misure attuative, il beneficiario deve registrarsi su apposita piattaforma, sostenere colloqui e prove di selezione finalizzate all’assunzione, accettare almeno una di tre offerte di lavoro congrue che, nei primi 12 mesi, può verificarsi entro i 100 km di distanza dalla residenza, successivamente entro i 250 km e, come terza chance, su tutto il territorio nazionale. Tali condizioni non operano in caso di presenza di componenti disabili all’interno del nucleo familiare.
– Incentivi per l’impresa e il lavoratore: sono previsti incentivi tramite sgravi contributivi per i datori di lavoro che assumano a tempo pieno e indeterminato i soggetti beneficiari del RDC.

– Richiesta e riconoscimento del beneficio e aspetti sanzionatori per i trasgressori: tali tematiche sono trattate dall’art. 5 e ss. del d.l. 4/2019 e vi invito alla lettura direttamente poiché alcuni passaggi mi sono sembrati effettivamente di difficile attuazione. Per esempio, le richieste devono essere indirizzate presso i centri di assistenza fiscale (CAF) previa stipula di una Convenzione con l’INPS ancora non perfezionata. I controlli preliminari dovranno essere effettuati dall’INPS con rimpalli tra anagrafe tributaria, PRA gestito dall’ACI e altre amministrazioni pubbliche che detengono i dati utili agli accertamenti, compresi gli enti locali. Tutto in 5 giorni di tempo per l’INPS.
Il beneficio è erogato tramite la Carta RDC, il limite per il prelievo dei contanti è di 100 euro mensili con incrementi in caso di nucleo familiare con più beneficiari. L’uso della carta “dovrebbe” rendere le spese tracciabili e i dati confluiscono nelle piattaforme digitali messe a disposizione per l’attivazione e la gestione dei patti.
Il d.l. 4/2019 prevede, inoltre, un meritevole divieto espresso di utilizzare il denaro del beneficio per giochi che prevedano vincite in denaro o altre utilità (cd. lotta alla ludopatia), ma francamente mi sfugge come si possa perseguire l’acquisto anonimo di un “gratta e vinci” con i proventi del RDC. Il sistema dei controlli risulta quindi complessivamente farraginoso, elemento sempre in antitesi con l’efficacia dei provvedimenti. Numerose le Amministrazioni coinvolte sulla base di un’organizzazione ancora in via di implementazione e di sistemi informatici ancora non del tutto interoperabili.
Ricordiamo, in ogni caso, per i “furbetti del RDC” che inevitabilmente si affacceranno alla finestra del beneficio economico, che le false dichiarazioni o il raggiro dello Stato per avere il beneficio in assenza dei reali presupposti, costituisce reato con pene fino a 6 anni di reclusione.
Permane tuttavia la perplessità per l’organizzazione elefantiaca e per le enormi risorse economiche messe in campo, più per la gestione del sistema stesso che per la consistenza effettiva dei sussidi.
La speranza è che a fronte di tale strumento, da sempre utilizzato in varie modalità per consentire di affrontare la quotidianità anche a persone svantaggiate, vi sia una eguale mobilitazione per misure più consistenti ed evidenti a sostegno della ricerca scientifica, dell’industria, del mantenimento del patrimonio artistico italiano, del sostegno alle madri lavoratrici e dei disabili, dei tantissimi cervelli italiani preziosi e desiderosi di lavorare, ma in fuga, dei tanti ragazzi che restano e che, dopo un percorso di studi e all’inizio della professione, raggiungono stipendi netti quasi sempre inferiori al sussidio sia della NASPI che del RDC, delle migliaia di lavoratori italiani che si trovano nel Regno Unito e che magari faranno ritorno in Italia per gli effetti della Brexit.
L’Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro”, recita l’art. 1 della nostra Costituzione, ripetiamolo tipo mantra, nell’attesa di apprendere che investire sulla disoccupazione in quanto tale, anche se sembra un ossimoro, maturerà qualche frutto. Buon lavoro a tutti!

 

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