di Fausto Corsetti.

Facendo ritorno da una camminata, magari attraverso campi o boschi, gli occhi conservano dentro in modo prolungato immagini, spazi, emozioni, colori. Lo sguardo brilla, parla, comunica, riflette.
Quanto è stato osservato, vissuto, continua ad essere presente. Anche se lo sguardo si concentra sul percorso del rientro, rimangono segnate, come in sovrimpressione, immagini uniche ed evocative.
Vibrazioni interiori – quelle che nascono dentro inattese, impreviste – di una fecondità inesauribile. Camminando per sottoboschi, il rumore dei propri passi dà voce a storie trapassate, narrate da foglie e ramaglie, che hanno avuto l’ardire di sfidare piogge e temporali estivi tremendi e che rievocano forze indicibili che hanno saputo,  potuto sopravvivere a calure capaci di fiaccare anche le tempre più tenaci. C’è un prima e un poi. Un avviarsi e un tornare. Comunque un andare, che ha bisogno di sogni, di mete, di desideri, di contatti, di giorni nuovi.
Parlare e sognare di giorni futuri, migliori…
Seguendo la suggestione delle vibrazioni e delle parole-poesia disseminate lungo il sentiero del ritorno al feriale, giardino del quotidiano esistere, diventa possibile interrogare ancorché rispondere, interpellare piuttosto che risolvere, lasciarsi avvicinare anziché distinguere, comprendere senza separare, lasciarsi toccare senza più accontentarsi di guardare a distanza.
Se nulla ti tocca, nulla ti può dare gioia. Non nasce dal nulla la gioia, la festa interiore, ma dalla passione, dall’incontro, dal contatto tra ciò che è altro e il fiume profondo che scorre dentro alla ricerca irrefrenabile delle acque grandi che danno sapore, conoscenza, spazio, prospettiva.
Vibrare, dunque. Lasciarsi riscaldare. Alimentare quel fuoco che non consuma. Udenti e sordi potranno percepire suggestioni capaci di vedere suoni, di udire movimenti, di leggere silenzi, di cantare colori.
L’estate può finire, la sera può arrivare, il viaggiatore può tornare: ma proprio nell’ordinario si cela il fuoco che accende i sogni, solo nel quotidiano acquista spessore la gioia, come una scala di fuoco musicale che accarezza e infiamma tutto ciò che può apparire feriale e abituale. Ma nulla è più tale se il fuoco accende, tocca, avvolge, colora e spezza quei silenzi e quelle solitudini che negano l’incontro.
Scoprire l’insolito sotto il familiare, svelare l’inspiegabile sotto il quotidiano. Essere inquieto per ogni cosa abituale.
Inquieti, dunque, ma appassionati, coinvolti, toccati dalla vita che ci scorre dentro e attorno. Saper “vibrare” per quanto ci è dato di vedere, conoscere, imparare, custodire, offrire. Se nulla ci inquieta, se nulla ci infuoca, nulla può renderci felici.

 

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