QUANDO SEPARARSI FA BENE.

Gianna Schelotto è una psicologa specializzata in terapia della coppia e in psicosomatica; ma collabora anche a giornali e ha pubblicato vari volumi, nei quali alle specifiche competenze professionali aggiunge i frutti di una notevole vocazione narrativa. E’ una coincidenza assai diffusa fra quanti esercitano la sua professione.
Il sottotitolo del libro che presentiamo reca al titolo un contributo chiarificatore: “Quando separarsi fa bene”, che anticipa ed evidenzia la duplice valenza del distacco. “L’avventura dell’umanità comincia con una cacciata, con uno strappo doloroso e brutale. L’espulsione dal ventre materno”. La “rivelazione” della narratrice è immediatamente spiegata dalla psicologa, che formula la seguente diagnosi: “Ogni bambino che nasce viene inesorabilmente scacciato da un mondo ignaro, protettivo e senza tempo; e il dolore di quella espulsione si imprime indelebile e oscuro nelle sue viscere”.
I due titoli si integrano e anticipano la tesi che “il distacco” determina dolore, ma poi la separazione “fa bene”. L’autrice raccoglie le prove dalla sua personale esperienza, ma le raccoglie anche dalla patologia dei suoi pazienti.
Nata a Rionero in Vulture emigrò con la famiglia a Genova nel 1955. Per consolare la pena dell’addio, immaginò che “essa si sarebbe consumata al momento dei saluti” e poi, “ in mezzo a un mondo ricco di novità eccitanti…”, si sarebbe sbiadita rapidamente. E invece non fu così: il senso della novità si trasforma nella sofferenza dell’estraneità, formalizzata persino nella diversità dei dialetti e nelle novità della cucina.
Ma poi a Genova la fanciulla cresce, si qualifica con lo studio ed esercita una professione prestigiosa, che compensa le sofferenze dell’esilio. Ecco la prima prova della compensazione: il distacco è doloroso, ma la novità apre nuovi sentieri.
Sono numerosi i riferimenti autobiografici; ma non meno conseguenti con le tesi annunciate sono i racconti estrapolati dal dialogo con i pazienti.
Una di questi è abbandonata dal marito, che se ne va con un’altra ragazza. Ma lei lo attende con dolente speranza, finché non è investita da un’auto e ricoverata in ospedale, ove incontra un medico, suo compagno di università: lui si era laureato, mentre lei aveva lasciato gli studi per sposarsi. La diagnosi la fa lei stessa: “Forse fu quell’incontro fortuito, forse avevo esaurito tutte le mie lacrime e la mia capacità di soffrire. Certo è che quella sera decisi di riprendere la mia vita”.
Ora fa il medico e si chiede come abbia potuto sprecare tanti anni della sua vita per coltivare un sentimento senza futuro. “Quanto tempo e quanto dolore ci vogliono per diventare grandi”, conclude. Qui c’è un doppio distacco, e c’è insieme la prova convincente che “separarsi può fare bene”.
Il libro è doppiamente interessante: per l’umanità dei suoi “racconti”, che sono esemplari rispetto alla casistica della vita umana; e per le conclusioni che ne trae l’autrice, fornendoci un’utile lezione per resistere alle sofferenze quotidiane.

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