A chi spetta una buona vita?
della Prof. Maria Silvia Basilicata.

Il titolo del saggio di Judith Butler  è abbastanza complicato: “A  chi spetta una buona vita?”
E’  una breve opera, l’ho letta per  ben tre volte e ognuna di queste, alla fine, volevo essere io a dare la mia personale risposta alla domanda dell’autrice: che cosa è la vita?
Ho ascoltato la risposta proveniente dalle canzoni, dalle poesie, dai film, dai romanzi, ma preferivo contribuire con una mia riflessione.
L’autrice inizia un dialogo con Foucault, con Adorno, con Arendt e insieme a loro cerca delle risposte.
Cosa è la vita? Quando si può parlare di una buona vita? Quando una vita deve essere disprezzata? Le vite umane sono organizzate dalle varie forme di potere? Può esistere una vita individuale senza una sociale? In che modo “usare” la vita? Può una vita essere più importante di un’altra?
Tutti questi interrogativi mi hanno spinto a fermarmi, a rileggere, a riflettere.
L’autrice ha espresso il suo interessante pensiero che non riporto, sia per sollecitare la vostra curiosità, sia perché penso che ognuno di noi debba cercare di dare le proprie risposte: la lettura deve, tra le altre cose, offrire la possibilità di guardare dentro di sé.
Che cosa è la vita?  Qualcuno ha detto: un soffio di eternità. Un altro: una risposta ad una reazione chimica del cervello. Un altro ancora: un gioco.
Forse c’è un pensiero troppo semplice in queste risposte, ma mi piacciono perché:  dire che la vita è un gioco mi consente di ritenerla qualcosa di allegro, intrigante, interessante, misterioso, impegnativo, solitario o collegiale.
E ancora, pensare alla vita come ad un attimo di eternità mi spinge a viverla nella completezza, a non sprecare nemmeno un istante perché non avrò un’altra possibilità, a cercare sempre un senso alle mie azioni.
Infine, definire la vita una reazione chimica può essere vero, ma mi piace pensare che le cellule siano stimolate ed attivate da emozioni, eliminando, quindi, ogni asetticità che è presente quando si pensa ad un processo chimico.
Cosa è la vita per me?
Potrei dare una mia definizione, ma sarebbe legata al tempo ed allo spazio: variabili che a volte me la fanno definire bellezza, ricchezza, gioia, avventura, soddisfazione, piacere, amore, sorrisi, impegno, sforzo, speranza, ed altre volte tristezza, pianto, paura, dolore, delusione, rabbia, disincanto, solitudine, angoscia….
Butler, nel suo saggio filosofico, vuole rispondere anche alla domanda: come è possibile vivere la vita nel modo migliore?
“E’ possibile se conosco il senso della mia vita. Ed essa deve sembrarmi qualcosa che posso condurre, non semplicemente qualcosa che mi guida. Tuttavia non posso ‘condurre’ tutti gli aspetti dell’organismo vivente che io sono, ma sicuramente come condurre una vita buona costituisce uno dei temi di base della moralità”.
E’ facile vivere?
Quando si parla di vita, non è possibile escludere la complessità, così come non è possibile escludere la socialità: entrambe le espressioni, unite a quella della moralità, caratterizzano la vita.
“E’ la vita sociale che ci consente di vivere una buona vita”. Butler usa il termine ‘dipendibilità’: “verrò trasformato dalle connessioni con gli ALTRI, ma non perderò questo IO che io sono”.
Che cosa è la vita’? Mi piace la conclusione dell’autrice, perché vorrei credere in un IO che è parte di una molteplicità di Altri. Forse è per questo che la vita è bella, come diceva Roberto Benigni.
A chi spetta una buona vita?
Credo a tutti quelli che posseggono libertà, amore e ragione.

 

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