Mercurio. La mia vita. La mia tavola periodica. Shabbat.

Sono i titoli dei capitoli di “Gratitudine” di Oliver Sachs.

Di norma l’indice, sia esso posto all’inizio o alla fine dell’opera, è la prima pagina che leggo: dai titoli cerco di immaginare la storia che verrà narrata nel libro.

Questa volta però non sono riuscita a conoscere l’argomento attraverso i titoli. Forse perché non si voleva subito presentarlo: leggere di morte e di malattia non avrebbe facilmente catturato interesse.

Ma Sachs, nella sua opera, affronta questi temi tristi e complicati con garbo e semplicità, senza spaventare il lettore.

E’ possibile parlare della morte con semplicità se essa è il termine di una vita ben vissuta: è, questo, il pensiero dell’autore.

Certo, c’è anche chi ne parla con dolore, con rabbia, con paura: “lasciare ciò che ci identifica e ciò che è solo per una volta è estremamente complesso”.

Non è stato facile leggere l’opera. Perché l’ho comprata? Spesso le nostre scelte sono la conseguenza di tante cause. Ma al di là di tutto mi ha estremamente incuriosita il titolo: Gratitudine. È un bel termine, fa pensare a tante cose, a prima vista a cose belle.

I 4 capitoli sono brevi ma intensi: c’è un Io che dona e un Tu che riceve, c’è un prendere e un dare, c’è un rapporto e uno scambio. Tanti contatti e mai solitudine.

Ho scelto di riportare alcune riflessioni del capitolo intitolato Shabbat, l’ho letto prima degli altri perché volevo conoscere le differenze fra il mio credo e quello degli ebrei e trovare i motivi che sceglie l’autore per affermare che non vi è conflitto fra fede e ragione.

Niente di soprannaturale o spirituale, ma una presenza continua: la morte.

E’ essa una fine o un inizio? Se è un inizio cosa incontreremo? Una cosa è certa: qui, prima di partire, possediamo e godiamo dell’amore e del lavoro.

Tante altre riflessioni si trovano nel saggio di Sacks, riflessioni che ci portano a confrontarci con i momenti della nostra esistenza.

Mi piace riportare ancora ciò che l’autore ha scritto alla fine della sua opera:

“i miei pensieri vanno allo Shabbat, il giorno del riposo, il settimo giorno della settimana e forse anche della propria vita, quando uno sente di aver fatto la sua parte e può, in coscienza, abbandonarsi al riposo”. E ancora: “sono stato un essere senziente, un animale pensante su questo pianeta bellissimo, il che ha rappresentato di per sé un immenso privilegio e una grandissima avventura”.

“Gratitudine” è un’opera ricca di riflessioni, bellissime e commoventi, ed è un ringraziamento per quanto l’autore ha ricevuto dagli altri, ma “anche ciò che è riuscito a dare in cambio. Sono grato di aver sperimentato molte cose, alcune meravigliose, altre orribili. E sono grato per aver ricevuto un contatto con il mondo”.

Ognuno di noi non è mai solo.

Oliver Sacks “Gratitudine” Ed. Adelphi

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