di Lucia De Angelis

Quel figlio lo volevo proprio. Lo desideravo da tempo ormai e nonostante tutte le prove di questo mondo per rimanere incinta, quel figlio non voleva arrivare.
Finche un giorno all’arrivo dell’ennesima macchiolina di sangue sono scoppiata a piangere e mentre le lacrime mi scorrevano copiose sul viso mio marito si rese conto che per me era diventato un problema insormontabile. Piangevo così disperatamente che i singhiozzi mi bloccavano la voce.
Quando riuscii a comunicare a Giuseppe il motivo della mia disperazione, lui cercò immediatamente di consolarmi. Mi disse che stavamo bene anche così, noi due. Mi disse che i bambini rovinano il rapporto di coppia. Mi disse che la notte non avremmo più dormito bene. Mi disse che non avremmo più viaggiato per il mondo. Mi disse che la casa non era stata programmata per farci vivere i nostri bambini. Mi disse mille cose in un minuto. Ma io continuavo a piangere silenziosamente e stavolta ancora più addolorata perché lui non poteva capirmi.
I giorni che seguirono furono un tormento per entrambi.  Un lavoro massacrante e snervante perché ciascuno di noi due spiattellava in faccia all’altro il motivo per cui valeva la pena avere o non  avere un figlio.
Finchè dopo qualche mese  fu quasi costretto a venire con me a fare una visita in un centro specialistico per la sterilità di coppia. La prima visita fu una tortura. Ci spiegarono bene tutte le ricerche che avremmo dovuto fare per arrivare a capire il motivo della mancanza di fecondità.
Tralascio i particolari clinici. Ma seguirono mesi in cui tra un’analisi, una pillola e un’iniezione, avevamo impegni quotidiani snervanti.
Ma quel figlio non arrivava. Oramai facevamo l’amore solo con lo scopo di riprodurci. Era diventata un’ossessione. E a fine mese il terrore di scoprire la consueta macchiolina di sangue che preannunciava un altro  flop.
Passarono molti mesi prima che il medico che ci seguiva decise di iniziare una terapia ormonale per procedere alla fecondazione in vetro (FIVET).
Prima del trattamento venivo sottoposta a cure ormonali che mi gonfiavano come un animale da macello. Poi dovevo passare in sala operatoria per l’espianto degli ovuli da fecondare in laboratorio e dopo una settimana di nuovo in sala operatoria per l’impianto di due o tre ovuli fecondati; dopodiché mi rispedivano  a casa per rimanere a riposo fino alla fine del periodo in cui sarebbe dovuto arrivare il ciclo, nella speranza che gli embrioni attecchissero all’utero. Puntualmente, alla data fatidica, il ciclo arrivava sempre. Ogni volta più doloroso che mai…
Tra una Fivet e l’altra dovevano passare alcuni mesi per consentire all’organismo di sbarazzarsi degli ormoni introitati. E allora ogni volta di nuovo a fare progetti su quello che sarebbe accaduto alla prossima Fivet. Ogni volta la speranza diventava una certezza. Ogni volta una sensazione di maternità mi pervadeva tutta. E ogni volta invece scoprivo che erano sensazioni sbagliate.
In poco tempo sono riuscita a totalizzare ben 10 Fivet, ma di bambini non se ne parlava proprio.
Ero arrivata intanto alla decisione della mia vita: l’ultima Fivet. Non ne potevo più di farmi gonfiare e sgonfiare come un pallone. E intanto avevo anche compiuto 43 anni.
L’ultima volta che sono entrata in sala operatoria per l’espianto degli ovuli da fecondare ci siamo giurati amore eterno e che non avremmo mai più parlato di bambini.
Dopo l’espianto, l’impianto. Le mestruazioni che tardavano. Era la prima volta che aspettavo prima di fare il test.
Vado in farmacia, compro  il test di gravidanza che subito si colora e risulta positivo. Ma era un test poco attendibile, mi spiegò il ginecologo del centro di sterilità che mi suggerisce di fare un’analisi più seria.
Positiva anche quello. Non sapevo se ridere o piangere. Ero così felice che mi mancava il respiro. Ma avevo anche tanta paura.
Mi ripetevo ogni secondo che la gravidanza non era una malattia. Che stavo bene e infatti mi sentivo bene, benissimo. Mi sentivo di poter fare tutto. E così cominciai a fare tutto quello che facevo normalmente prima della gravidanza. Non vedevo l’ora di arrivare alla fine dei nove mesi.  Ma ancora non erano passati nemmeno tre mesi.
Un giorno mentre ero a cena fuori con gli amici, tutti oramai con i figli abbastanza grandicelli, mentre raccontavo dei nostri progetti di vita, mi sono sentita bagnata. Corro in bagno ed ero piena di sangue. In quel momento ho visto tute le mie speranze svanire nel nulla. Mio marito mi ha accompagnato immediatamente al più vicino Pronto Soccorso, ed io non pensavo ad altro che a quel bambino che avevo dentro e che non volevo lasciar andare via.
Sono stata a letto fino alla fine della gravidanza. Il mio bambino è rimasto aggrappato a me come io ero aggrappata a lui. Eravamo una cosa sola. Se avessi perso lui, mi sarei persa anche io.
Quando è arrivata l’ora più importante della mia vita ero così felice che non sentivo i dolori. Pensate che un corpo umano può sopportare fino a 45 gradi di dolore. Al momento del parto una donna raggiunge i 57 gradi che equivale alla sofferenza pari a una ventina di ossa fratturate contemporaneamente. Io non ricordo nemmeno un attimo in cui ho urlato di dolore ma ricordo solo quante lacrime di gioia ho versato quando l’ho preso in braccio la prima volta.
Oggi il mio Matteo ha 10 anni. E’ bellissimo, simpaticissimo, dolcissimo. E io sono la donna più felice del mondo.

PER SAPERNE DI PIU’
http://it.wikipedia.org/wiki/FIVET
http://www.fecondazioneassistita.it/fivet_icsi.htm
http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_dossier_26_listaFile_itemName_2_file.pdf

1 commento

  1. Wooooow!!!!!!!!!!! sono rimasta senza fiato. Cavolo … dovevo uscire ma non sono riuscita a stoppare la lettura. Meraviglioso, un racconto meraviglioso, dajè Mattè!!!!!

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui