NON ODIARE MAI

di Maria Rosaria De Santis

Ricorre oggi il settantesimo anniversario della liberazione di  “Auschwitz”, il giorno della “MEMORIA”, istituito dieci anni fa dall’ONU.  Il 27 gennaio 1945 truppe dell’Armata Rossa entrarono ad Auschwitz, epicentro del sistema nazista di sterminio. Liberarono 2.819 prigionieri ridotti allo stremo, tra cui 180 bambini, molti dei quali vittime degli esperimenti del medico Josef Mengele. Quell’enorme lager aveva già inghiottito un milione e oltre di persone: una vera e propria fabbrica della morte. Nei capannoni, i soldati sovietici trovarono anche i trofei che i nazisti avevano raccolto per ricavarne denaro: migliaia di scarpe, migliaia di paia di occhiali, oltre 800mila abiti da donna, montagne di scarpe, cappelli.
Auschwitz, è il luogo che forse più di tutti ha visto manifestarsi la forza del male nella storia, l’antisemitismo, l’odio nei confronti del popolo ebraico, è stata e rimane una macchia sull’anima dell’umanità. Le parole di Martin Luther King, pronunciate nel 1969, hanno ancora oggi la forza di superare ogni forma retorica. Ricordare è un imperativo, ma bisogna far sì che il Giorno della Memoria non si riduca ad una rievocazione del passato, ma ci  interroghi anche sul presente e sulla realtà delle società europee. Infatti, l’antisemitismo, che fu l’anticamera dei lager, resta ancor oggi un problema europeo. Non solo per i recenti e tragici fatti di Parigi, in cui oltre all’attacco di Charlie Hebdo è stato colpito un negozio ebraico, che ha provocato quattro vittime. Basti ricordare l’attacco alla scuola ebraica di Tolosa il 19 marzo 2012, con quattro morti, di cui tre bambini, o quello al Museo ebraico di Bruxelles, il 24 maggio 2014, con quattro vittime anche in quel caso. Questi sono gli episodi più gravi, ma ve ne sono altri di minore impatto ma altrettanto gravi: nel corso del 2014 oltre 5mila ebrei francesi hanno deciso di trasferirsi in Istraele, altri 15mila hanno lasciato altri paesi europei. Una ripresa dell’emigrazione ebraica è indice di profonda incertezza. L’Europa rischia di smarrire la strada della convivenza tra persone  di fedi religiose, culture, tradizioni differenti.
Auschwitz, nel 2015,  può apparire lontano. Poche settimane fa è morto uno degli ultimi sopravvisuti romani alla Shoah, Enzo Camerino, che il 16 ottobre 1943 fu deportato, appena quattordicenne. Recentemente aveva preso a raccontare la sua storia in modo semplice, per trasmetterla ai giovani, ai quali ripeteva le parole che il padre gli disse nel lager “non odiare mai”. E’ un insegnamento da non disperdere. Ora che gli ultimi testimoni  scompaiono c’è bisogno di legare la memoria della guerra e della Shoah alla realtà del nostro tempo, per capire come il razzismo e l’antisemitismo siano stati elementi di una catastrofe per l’Europa e come, oggi, sia urgente ritrovare il filo di una società in cui tutti possano vivere insieme in modo pacifico. Bisogna fare passi significativi verso una società del convivere ove ci sia spazio per tutti nella società contemporanea, ove la pluralità è un elemento ineludibile, che può evolvere nel conflitto o, al contrario, essere il fondamento di una civiltà del convivere. La via da percorrere per l’Europa è quella della cultura della convivenza nella pace, nel senso del bene comune universale e nel rispetto delle differenti identità.

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