di Fausto Corsetti.

La retorica è tradizionalmente intesa come l’arte del dire, del parlare, e più specificatamente del persuadere con le parole. L’arte retorica già nella Magna Grecia era così importante che al suo studio si dedicavano ben tredici anni.
Attenzione però, perché la retorica venne concepita come un’arte capace di sedurre ed indurre dalla propria parte vasti pubblici, non sempre sostenendo le proprie ragioni con fini ragionamenti, ma piuttosto con esempi clamorosi, frasi ad effetto…tutti i mezzi erano leciti e la verità o la presunzione di verità del proprio discorso era cosa del tutto trascurabile. Insomma, i retori sofisti erano dei veri e propri “professionisti della parola”, nel V secolo a.C.
Oggi, cari amici, vi sembrano che le cose siano mutate? Ho timore di no e penso che, oggi, i professionisti della parola si chiamino politici.
E hanno imparato bene la lezione dei maestri greci: non il vero, né il giusto si deve difendere con la propria parola, ma il verosimile o meglio ancora l’utile.
Capisco, vi passano davanti agli occhi, leggendo queste parole molti dei nostri politici, avrete pensato a quelli di oggi, a quelli del passato, a quelli che hanno usato la retorica come scienza serva della verità e a quelli che hanno ingannato le masse portando intere nazioni a buttarsi in guerre assurde…
Oggi, i politici hanno dei team di professionisti che ne studiano il look, la posizione da tenere in pubblico, la pronuncia, danno loro gli strumenti per gestire la forza dei loro discorsi, gli escamotage per renderli più credibili, più vicini alla gente. Personale addetto alla formulazione stessa dei discorsi. E chi non ha questi professionisti, chi non li può o non li vuole pagare, si riconosce.
Siamo così abituati al rispetto della forma, che la sostanza passa in secondo piano. Se un politico durante un discorso ha la cravatta storta è possibile che sia quel particolare a catturare la nostra attenzione e a fare notizia, piuttosto che quello che ha detto.
La retorica però, cela anche un altro grande aspetto. Il discorso retorico deve concludersi con un comando, un’azione, un gesto che viene richiesto. Per esempio: “votami”, oppure “iscriviti”…
Allora, se volete mantenere il vostro libero arbitrio in uno stadio da esseri umani, se non vi piace che qualcuno che non sia un romanziere famoso o un bravo regista possa portarvi a pensare o a fare cose di cui non sareste d’accordo, guardatevi da coloro che utilizzano frasi ad effetto, esempi eclatanti, aneddoti ai limiti della realtà, battute o gag, ricorrono ad artifici dialettici quando gli avversari chiedono loro di dare spiegazioni circa il loro operato, o sono incapaci di riconoscere gli errori o ancora propongono un approccio troppo emozionale alla politica…
E, soprattutto, valutate. Valutate e confrontate a mente fredda, a qualche giorno di distanza dal discorso, alla luce dell’operato che ha condotto sin là quel tal politico. Esercitate il vostro potere discrezionale. Che sia anche questo un esercizio retorico?

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