di Carmela Tucci.

Mancavo da casa ormai da più di tre ore, ero sparita senza una meta, senza un perché. Avevo spento il cellulare che continuava a tormentarmi e per la prima volta mi ero resa irreperibile.
“Ho bisogno di stare da sola’” – avevo detto a Luca – “occupati tu dei bambini questo pomeriggio, ci vediamo più tardi!”
Mio marito mi aveva guardato attonito, sorpreso dal tono della mia voce e dalla velocità con cui ero risalita in macchina, non aveva avuto la possibilità di replicare; semplicemente aveva aggiunto “Dove stai andando?
Ricordo di aver guidato per un po’, di aver pianto, di essere sparita tra la folla, di avere acquistato un peluche blu.
Ho 42 anni, due figli, Federico e Paolo (di sette e sei anni), un marito, una madre, due fratelli, una casa, un lavoro, qualche buona amica. Le mie giornate sono scandite dagli impegni scolastici ed extra dei miei figli, dal mio lavoro e dalla gestione della mia casa.
Fino a poche ore fa credevo che il mio scopo nella vita fosse cercare di essere sempre all’altezza delle aspettative altrui: avere una casa in ordine, essere presentabile, saper cucinare, presenziare alle riunioni scolastiche dei figli ed accompagnarli a fare sport.
Vivo e lavoro a Pavia; ogni mattina mi alzo alle 6.30 e faccio la doccia, svuoto la lavastoviglie mentre preparo la colazione, sveglio i bambini mentre controllo gli zaini; mi trucco mentre allaccio le loro scarpe; spengo le luci mentre rifaccio i letti.
Accompagno Federico e Paolo a scuola alle 8.00 e, dopo averli frettolosamente baciati, mi incammino verso il mio studio.
Un minuto dopo vengo assalita dai sensi di colpa, “avrei potuto abbracciarli più forte”- penso; “dovrei evitare loro il pre-scuola” –mi dico…
Poi, di corsa, affannata, chiamo mia madre al telefono, perché vive a Napoli e le chiedo “Come stai? Cosa fai oggi?”. Un  minuto dopo aver riagganciato penso – “ Ci parliamo così poco e così velocemente, dovrei farle una sorpresa, andare a trovarla più spesso..”
La giornata scorre via velocemente, tra riunioni, disbrigo pratiche ed appuntamenti; quasi sempre alle 12.00 mio marito mi chiama per sapere dell’organizzazione pomeridiana.
“Ci vediamo stasera per cena, tu accompagni Paolo a calcetto, io Federico a basket; stasera cucini il pollo?” –
Di sera, quando tocca a Luca mettere a letto i bambini, faccio qualche telefonata o stiro guardando il mio programma preferito. Quando, tocca a me, invece, racconto storie di fantastici mostri che cavalcano cavalli magici e veloci; quindi, se riesco a non addormentarmi nel loro letto, vado avanti con gli altri mille impegni della mia giornata….
Amo Luca da 15 anni, ma ormai facciamo l’amore poco volte; alcune sere già dorme quando mi stendo accanto a lui, altre volte continua a chiamarmi mentre io gli dico di aspettare ancora un secondo. Devo struccarmi, stendere la crema anti-rughe, visionare l’agenda, programmare la giornata successiva.
Corro, corro, corro…Ma quando ho iniziato a correre ?
La mia migliore amica del liceo, Elena, è morta ieri in un incidente automobilistico, l’ho saputo circa 4 ore fa, mi ha chiamato mia madre per informarmi e mi sono ricordata che non la sentivo da più di 4 mesi.
La scorsa settimana mi aveva messaggiato su whattsapp, chiedendomi di chiamarla, aveva voglia di sentirmi ed io le avevo risposto che l’avrei chiamata nel fine settimana, nell’intervallo della partita di calcetto di Paolo.
Cosa avrebbe voluto dirmi, forse sfogare la sua rabbia per la difficoltà a rimanere incinta dopo 5 anni di matrimonio, forse raccontarmi della sua nuova casa, dell’ultimo viaggio a Cuba o semplicemente del nuovo colore dei capelli?
Ricordo che da bambina mio padre mi consolava sempre quando piangevo e mi faceva addormentare sulla sua spalla davanti al televisore il sabato sera.
Quando mi portava a letto in braccio, fingevo di dormire, perché mi piaceva che mi abbracciasse e mi baciasse prima di rimboccarmi le coperte; prima di allontanarsi mi sussurrava sempre : ”Fa’ buoni sogni, amore mio, i cattivi li prendo io”.
Mi ha insegnato a camminare, giocare a scacchi, e a bocce. Mi ha lasciato scegliere, sbagliare, sperimentare, stando sempre al mio fianco.
Mi ripeteva, però, sempre, in ogni occasione, di non farmi sopraffare dalla vita e dagli obblighi che spesso ci impone, ma di rallentare i ritmi, di godermi gli affetti, di non perdere mai il contatto con la natura, che ha tanto da insegnarci.
D’estate, sin da bambina e per quasi venti anni, ci portava in un casolare in campagna e dormivano in un monolocale che aveva costruito con le sue mani, privo di acqua corrente ed energia elettrica.
Niente televisore, niente luci di notte, i servizi igienici erano fuori.
Da bambina, odiavo quei giorni che ci costringevano a vivere lontano dai cartoni animati e dallo sciacquone in bagno, gli dicevo continuamente: “Papà non viviamo in Africa!”.
Puntualmente, sorridendo, mi rispondeva “Magari vivessimo come molte tribù africane, saremmo più liberi dalle convenzioni che ci soffocano, dai ritmi di lavoro e degli impegni sociali che minacciano la nostra libertà. Questi momenti ora ti sembrano una tortura, ma un giorno, quando avrai la mia età, capirai come è bello il contatto con la terra, sentirne il profumo, osservarla, viverla, seguirne i ritmi”.
Papà, perdonami, ho dimenticato ogni cosa, tutto quello che hai cercato di insegnarmi…
Vivo di corsa e male, cerco di soddisfare tutti ma alla fine io sono esausta e spesso insoddisfatta; corro senza sosta e, come in questo momento, temo di non fermarmi in tempo!
Mi preoccupo di organizzare e rendere più facile la vita delle persone che amo, ma spesso mi rimprovero di non saperle ascoltare abbastanza; mi sforzo di essere una madre ed una moglie inappuntabile ma vivo di sensi di colpa.
Sono stanca, Elena è morta, non saprò mai cosa avrebbe voluto dirmi.
Guardo il peluche che ho in mano, che ho acquistato in un centro commerciale, il blu era il suo colore preferito e a quasi 40 anni la sua casa era piena di orsacchiotti; ad uno aveva dato il mio nome, Sofia.
“Ciao, avete cenato?” –chiedo a mio marito, dopo aver riacceso il cellulare e contato dodici chiamate, otto sue, tre di mia madre ed una di mio fratello..
“Dove sei? Tua madre mi ha raccontato tutto, mi spiace, ma adesso torna a casa. Federico piange, ti cerca…”.
“ Digli che la mamma sta tornando”.
Non so da dove partire, da dove ricominciare a mettere ordine nella mia vita, io che vivo di organizzazione, di orari, di equilibrismi…
Ho conosciuto Luca quindici anni fa e mi sono innamorata di lui perché era completamente diverso da me, sicuro di sé, estroverso, brillante, pieno di interessi ed amici; ci siamo baciati per la prima volta all’uscita di un cinema all’una di notte.
Negli ultimi tempi, anche lui ha dovuto rinunciare a molti interessi e a qualche amico.
Questi ritmi frenetici ci hanno trasformato ma perché lo abbiamo consentito?
Avevamo giurato a noi stessi che non saremmo mai cambiati, sognavamo di crescere i nostri figli liberi da schemi e rigidità.
Federico e Paolo non hanno mai toccato una gallina ed hanno paura delle formiche.
Elena non poteva avere figli ed era stata distrutta da questa scoperta, pensava di andare all’estero, di prendere un utero in affitto ma aveva paura di quello che avrebbero pensato i suoi genitori, il suocero e la gente…. E lei avrebbe amato completamente quel figlio? Ed il marito come avrebbe superato quei momenti? E sarebbe stato giusto per il bambino?
Mentre salivo le scale per la prima volta ho avuto il desiderio di ritornare in quella campagna, dove spensierata potevo ancora inseguire le farfalle, raccogliere i fiori, accendere le candele, correre , giocare, ridere….
“Ciao, mamma” – mi disse Federico, aprendo la porta, “ti stavo aspettando, perché hai fatto tardi?”.
“La mamma era stanca e non riusciva più a correre, quindi ha camminato più lentamente, per la prima volta, amore mio!”.

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