di Donatella Vallante.

Ore 16.55 – martedì 1 marzo. Ora di punta. Negozi riaperti, uscita di scuola.

Meno male che è finita anche stavolta, sette ore di seguito faccia a faccia coi ragazzi sfiancherebbero pure chi ha una buona, ottima volontà…

Ancora un po’, un paio di mesi o poco più, e questa catena di interminabili maratone scolastiche divise tra mattina e pomeriggio finirà! Pochi minuti di traffico e poi – via! – mi infilerò nella metro, Elisa, come al solito, avrà già comprato i biglietti e… su, su. Aversa, Giugliano, Mugnano, Piscinola ecc. fino alla stazione Vanvitelli, al Vomero, dove comincerà la seconda parte della mia giornata, quella più gradevole, e il mal di testa o l’insofferenza da insegnamento prolungato ai miei cari “tarzanielli” saranno un lontano ricordo.

Però…che traffico oggi! Quando piove, le macchine spuntano come funghi! Non parliamo poi degli Aversani, che la macchina già normalmente la portano dietro come un’appendice naturale ed in macchina arriverebbero perfino dentro il bagno!

Guarda che fila pure qui, copre tutta la curva della strada fino alla discesa!
OH NO! OH NO! Non riesco, non frena! È sapone per terra! GLI VADO ADDOSSO, GLI VADO ADDOSSO! BAM!!

Mannaggia! Non è possibile! Ancora! Non ci voleva! Scendiamo, vediamo questo qui ora che vuole… già lo so, non avrò scampo, se ne approfitterà come gli altri… certo, l’urto c’è stato…

«Scusate, ma la macchina è andata per conto suo, non l’ho potuta controllare sull’asfalto bagnato!»
“Me ne sono accorto, ho capito, ma qua…”
«Accostiamoci un attimo e vediamo, togliamoci dalla strada. Pare che sia a posto, non c’è stato un vero danno. Ha resistito bene!»
“No, no, guardiamo, io non lo so…”
«Vedete, io non è che voglia giustificarmi, ma è evidente, ad occhio nudo non vedo nulla! Pensate a quello che è successo a me! Un fanale fracassato, il paraurti rotto…»

Muto. Si china sulle ginocchia alla ricerca forzata di un “sinistro” praticamente inesistente. La conosco questa tattica, l’ho già vista messa in pratica altre volte, sempre con lo stesso atteggiamento ingiustificatamente petulante, se rapportato al danno, ed io a guardare, atteggiamento dimesso e disponibile, anche troppo. Scontento di non aver trovato nulla di concreto, continua maledettamente a “perlustrare” la carrozzeria all’altezza del portabagagli, si accanisce, ed ora è passato a “spolverare” la parte con le mani, sempre più, a togliere la patina di sporco e di fuliggine dall’auto.

Ed io allora lo noto, lo sporco. Sulle mani. E quelle mani. Nere e tozze, piene di bianco anche, forse calce, sulle dita. E nere ed unte sotto le unghie. Quelle mani e quel gesto nevrotico di “lucidare” il paraurti non mi vanno via, anche quando il “boia”, dopo aver trovato una incisione più che lieve, per quanto mi riguarda, più profonda del Grand Canyon, a sentire quanto predica e perora la sua causa, riprende contro di me.
“Signò, o vrìt che m’avit fatt?” (“Signora, lo vedete che mi avete fatto?”)

E già passa a controllare la fiancata, neanche la mia macchina, invece di una botta, avesse dato alla sua un abbraccio a portiere aperte…
Trova, ovviamente, un altro danno da segnare sul mio conto, questa volta uno spacchetto laterale di una parte del paraurti all’altezza della ruota e poi parla di staffe danneggiate, quando a breve le staffe potrei perderle io… (e a pensarci a mente lucida, ma purtroppo con ritardo, so per certo che il “signore” non ha fatto che indicare e parlare della sua fiancata destra mentre il colpo, quell’impatto, con il relativo danno, è avvenuto sul mio fronte di sinistra… ma, si sa, quante volte in situazioni come questa ci capita di dichiararci colpevoli solo perché si è sviati, distratti dalla verità o perché colpevoli ci si sente sempre?)

Io intanto butto acqua sopra al fuoco e rabbonisco il tipo, per lo meno tento, ma già so che sperare in una sua clemenza è sperare di riempire un secchio rotto sotto il fondo… (e io senz’altro avrei elargito l’indulgenza, se la cosa, visto il “danno”, fosse capitata a me!)

«Guardate, obiettivamente non mi sembra un grave danno, qui si può riparare subito con la fiamma ossidrica, saldandolo un po’, e lì si può passare un po’ di pasta cromata dello stesso colore. Ve lo faccio riparare…»
“Signurì, ve ne intendete di carrozzeria? Tenete marito e figli? Perché qua, se ci carico e pperson ncopp a cchesta rota cca se spacca tutt cos! (“Perché qua, se ci carico le persone sopra questa ruota, si spacca tutto!”) Le staffe cedono!”

Poi ci prova con l’apertura e la chiusura del portabagagli ma, come da me previsto, funziona più che bene. E allora lui riprende a declamare più che può, a sbraitare in generale. Non demorde, non demorde! La canzone è sempre quella. La conosco. Non andrà per la sua strada fino a che non gli concederò più di quanto può spettargli (e io temo sempre il peggio), più una parte del mio sangue e una dose di bestemmie…

Il tipo sbraita ed io quasi non lo avverto, perché intanto concentrata all’improvviso sui suoi piedi, che ho notato, e le sue scarpe, impastate di sporco e di fatica pure quelle, allacciate, blu, ma così sporche che diresti sono grigie.

Me lo immagino che torna su quei piedi dal lavoro, una volta che ha “smontato da faticà”. Posa le chiavi, con la mano si gratta meccanico la patta dei calzoni col suo intero contenuto, fruga con gli occhi in ogni dove della casa, a controllare il giusto grado di lavatura e stiratura della stessa ed il grado di perizia nel condurre la magione della moglie che si è scelta per massaia – della massaia che si è scelta come moglie. Sulla moglie, se c’è tempo, ci si accomoda come su un divano, mi sa tanto…

Un occhio ai “pasturielli” che si alleva come figli, se ne ha, sue future e sincere fotocopie, e poi… via! Ad attendere il rancio che già bolle, in attesa casomai di qualche derby o che so io, mentre già riprende in mano il suo scettro a pulsantini perché tanto Mr. Gutenberg e la sua invenzione non hanno ancora messo tenda tra le sue pareti.

E rivedo e ripenso a quelle mani…

Sarà la situazione, sarà per la mia bile, ma non mi ispirano rispetto e comprensione, piuttosto sembrano ai miei occhi più rozze e prepotenti che mai.

Non si convince. E allora arrivo dove in fondo vuole lui.

«Va bene, andiamo dal carrozziere allora, quello mio però! È qui vicino.»
“Signurì, io non so d’Aversa!” (“Signorina, io non sono di Aversa”)
«Non vi preoccupate, seguite me!»

Scoprirò poi che è di Carinaro… capirai! Neanche fossimo io di Los Angeles e lui di New York!

Salgo in macchina. Faccio il conto dei minuti volati e del corso che per me non ci sarà.

ELISA NON VENGO. POI TI SPIEGO. Invio ore 17.10.31
Tutto a posto? Mi devo preoccupare?
HO TAMPONATO. Invio ore 17.15.23
Stai bene? Ti chiamo stasera!
SI, MA MOLTO SCOCCIATA E ANCHE UN PO’ ADDOLORATA… PER ALCUNE PERSONE ESSERE TAMPONATI EQUIVALE A VINCERE UN TERNO AL LOTTO. ECCO QUA. Invio ore 17.16.48

Partiamo. Lui mi segue. Svolta a sinistra, passaggio sotto un ponte, svolta a destra. In fondo c’è l’autofficina. Arrivo sullo spiazzo e… tutto chiuso. Tutto deserto! Ad accoglierci, solo l’insegna di un locale conosciuto della zona. E che è successo!? Starà già pensando che voglio fregarlo…

«Scusatemi, non so, qui ci manco da un anno o forse più! Non sapevo fosse chiuso!».
Ad un tratto penso a Piero, mio cugino, e al suo grande negozio di autoricambi…
«Vabbè, non preoccupatevi. Lo conoscete il negozio di autoricambi Tal dei tali?»
“Signurì, non sono di queste parti!”
E ridagli! Carinaro è attaccato ad Aversa, non c’è soluzione di continuità…
«Seguitemi, non vi preoccupate! Risolviamo!».
Arriviamo alla meta, dopo altri minuti di traffico e pensieri, sempre attenta allo specchietto.
«Piero, ciao. Aiutami un po’, sono andata addosso a quel signore lì. Ti aspetto fuori».

Per la strada, nell’attesa, conversiamo. Non lo so se in fondo è il caso di attaccare bottone con il tipo, ma lo faccio. Forse comincia lui.
“Sit e Avers?” (“Siete di Aversa”?) Ma perché dovrei dirglielo? «Si. Sono di Aversa» “Mio suocero è ddAvers… mia moglie è ddAvers” (“Mio suocero è di Aversa. Mia moglie è di Aversa”). Vedi un po’! Come se la cosa, poi, fosse importante! Conversiamo, va, magari si rabbonisce, diventa comprensivo e disponibile un tantino in più…

E si parla così dell’età delle nostre rispettive auto, della mia in particolare, che l’anno prossimo raggiunge la maggiore età. Mi dice che l’ha avuta pure lui la “Pandarella”, per 7, 8 anni, che è una macchina speciale. Poi passa a dar consigli sulla manutenzione della stessa. Infine, non so come né perché, umiliazione su umiliazione, se ci penso, comincio a parlare del mio ultimo tamponamento, subìto e nemmeno risarcito da un’altra prepotente che mi ruppe il paraurti e mi incrinò un fanale. Poi si arriva al surreale: sta lì lì per suggerirmi come fare nel caso questa cosa si ripeta (lui, il tamponato, a me, cui sta per presentare il conto, l’energumeno sul piede di guerra che “la palla se l’è misurata” con una donna e consiglia autodifese da arroganti e prepotenti…), quando infine appare Piero. Ascolta l’accaduto, osserva il “danno”. Capisce pure me, ma nulla può contro di lui che ha già ripreso il sopravvento.

Piero è gentile, diplomatico e solerte. Ci “presta” Feliciano, un suo commesso, e siamo tutti in macchina, un’altra volta ancora, alla ricerca dell’officina perduta, cui Piero si appoggia, e che guarda caso è anche la mia.

Nuovo arrivo. Ore 17.55.

Acciaio, lamiere, cristalli d’auto. Macchine in sosta dappertutto, gente che va, gente che viene. Odore di metallo lavorato, una piccola cunetta d’asfalto all’ingresso del locale. Un cancello verde menta o moquette da biliardo che ci accoglie spalancato, alto e pesante, a sbarre massicce e parallele, che contrasta, è inevitabile, col turchese e rosso del cancello dell’officina a fianco, Red & Blue – ma che ci fanno due officine siamesi nello spazio di pochi metri?

AUTOFFICINA, VIA NOBEL, 20.
Al di sotto di quella illuminata, un’altra insegna di stoffa con su scritto, AUTOCARROZERIA, di “Z” solo una. Glielo farei presente, ma poi si noterebbe un’aria un po’ pedante e saputella che certo non mi va. Nero lo sfondo, bianca o gialla la scritta, non ricordo. Due macchine già in fila, oltre le nostre. Una grigia, polvere di luna il suo colore, l’altra non so. Poi c’è un furgone bianco. NOLEGGIO 24 ORE scritto in rosso.

Grande, da trasporto persone, con portiera aperta e due operai a lavorare. Più in fondo, in un locale attiguo, altre macchine, 4, forse 5, in sosta come malati in corsia, con i medici – operai intenti a prestare delle cure. È arrivato il nostro turno. Feliciano è già avanzato a spiegare l’accaduto quando il tipo ricomincia.

SECONDO TEMPO – “O UALL NCOPP A MUNNEZZ” (“IL GALLO SULL’IMMONDIZIA”)

Esordisce senza inviti e… che ti dico? Che sorpresa?
“A me nun m ntressa nient, i vogl o paraurt nuovo, putit dicr chelle ca vulit, nu vogl sapé nient, vogl ‘o paraurt nuov e o vogl subit, si v’a port diman, a vogl p diman asser!”
(“A me non interessa nulla, io voglio il paraurti nuovo, potete dire quel che volete, non ne voglio sapere niente, voglio il paraurti nuovo e lo voglio subito, se vi porto l’auto domani, la voglio per domani sera!”)
«Ma scusate, come si fa, è un problema, vui vulit nu miracolo, comm v’o ffaccio?» (“Voi volete un miracolo, come ve lo faccio?”)
“Nun m ntressa, i cu sta machina ce fatico, chest teng comm machina e me serve pe faticà. Song e Carinar e ogni ghiuorn vac a LLuscian, mont là! Cca me e cagnà chist, chist me le rattà, chist adda venì a stessa sfumatura, nun vogl sapé nient, nun sadda vedé a differenza e nient, ccà pure me le accuncià, vabbuò, ccà nu ffa nient! E facitm fa bella figura cu o carruzziere mio, che è de S. Antim…” (“Non mi interessa, io con quest’auto ci lavoro, ho solo questa come auto e mi serve per lavorare. Sono di Carinaro ed ogni giorno vado a Lusciano, lavoro lì! Qua devi cambiare questo pezzo, in questo punto devi limare, questo pezzo deve avere la stessa sfumatura di colore, non voglio sapere niente, non deve vedersi la differenza, anche qui devi aggiustare, qui invece non fa nulla, può andare! E facciamo fare una bella figura al mio carrozziere, che è di Sant’Antimo!”).

E la cantilena ricomincia.

“I vac e veng ogni ghiuorn, nisciun maccumpagna. Mettim pur che giovrì nun vac a faticà, i a sera a machina a vogl pront, nun m ntressa!” (“Io vado e ritorno ogni giorno, nessuno mi accompagna. Facciamo pure che giovedì non vado a lavorare, io per la sera voglio la macchina pronta, non mi interessa!”)

Io intanto resto muta, trafitta da una sorpresa cui non mi abituo ancora, travolta da un’arroganza più grande di me e di tutti noi (nell’ordine, e ormai di spalle, sarà chiamato scemo, imbecille, terra terra, approfittante e strunz’). È morta l’illusione che col gringo, una volta incontrati, anzi, scontrati, si potesse umanamente ragionare. Purtroppo il vero colpo, ma solo di sfortuna, l’ho avuto solo io…

Poi in fretta mi allontano, spronata a fare ciò dai carrozzieri, di certo più cortesi del soggetto, con la promessa di sistemare il tutto e l’invito a star tranquilla, e intanto il caro Tizio non ricordo se ringrazia o se saluta.

Nel tragitto verso casa io rifletto e ripenso all’arroganza e prepotenza di quell’uomo, alle mani unte di nero e di sporcizia, grasse e tozze e tutte prese a perlustrare la vernice, e a quel taglio laterale, certo non dovuto a me. E alla mia lezione persa e al mio portafogli vuoto e alla nuova professione che oramai mi inventerò: sostitutrice di paraurti a chicchessia… «Prego, presentarsi! Molto onore e poco guadagno!»

E a quel punto, alla fine della storia, mi risale l’amarezza e mi sento un po’ svuotata, ridicola anche un po’, e mi faccio solamente una domanda: a che valgano rispetto e cortesia, la poeticità di un gesto e la capacità di coglierne l’essenza, il rimaner colpiti da un tramonto ed il volersi esprimere a parole o per iscritto, se conti più la vita, la piccola realtà con tutte le brutture, o un corso di scrittura, un’oasi felice di cultura e arricchimento mentre il mondo, quello pratico e concreto, va in tutta altra direzione…

1 commento

  1. Cara Donatella, mai perdere la speranza che si possa un giorno incontrare qualcuno che dopo un tamponamento ti dica ” vabbè signurì non e’ succies nient’…pigliammoc’ nuì cafè “( non si preoccupi signora, non è successo niente, per fortuna, le offro un caffè). Può succedere …

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