RIFLESSIONI SUL LIBRO PORTICO D’OTTAVIA 13

di Paola De Lucia.

In occasione del 70^ anniversario della Shoah, ancora oggi non si trovano parole a sufficienza per raccontare l’orrore vissuto e, quindi, non sarò certo io, nata nel 1963 a Roma, a riuscire nell’intento; ma una cosa sento di dover fare e cioè consigliarvi la lettura del libro della Prof. Anna Foa, docente di Storia Moderna all’Università La Sapienza di Roma, dal titolo “squisitamente” romano  Portico d’Ottavia 13, Una casa nel ghetto nel lungo inverno del ’43.
Vi invito a leggerlo non perché possiate comprendere quello che è stato (cosa che sarebbe impossibile, come giustamente detto da Primo Levi) ma per tenere viva sempre la memoria di ciò che è stato e tramandarla ai posteri per arrivare, ove possibile, ad assimilare direi fisicamente, a noi stessi che apparteniamo ad altre generazioni e che, spero, non avremo mai la sventura di vivere un simile orrore!
Ma se è accaduto in passato, potrebbe accadere di nuovo e coltivare la memoria è l’unico modo per tentare di impedire che una simile tragedia possa ripetersi.
E’ il 16 ottobre 1943 quando in una antica e degradata Casa medievale con una vasta corte rinascimentale al suo interno, i nazisti irrompono, poco prima delle 5 e 30 del mattino, devastando tutto e seminando terrore ovunque passavano, arrestando un terzo dei suoi abitanti, più di trenta ebrei romani, per lo più vecchi, donne e bambini tra i più poveri della comunità. Nei mesi successivi i nazisti ritorneranno a prenderne altri 14: è la storia degli abitanti della Casa e dei nove mesi segnati, per gli ebrei romani, da oltre duemila deportazioni.
La crudeltà, la caccia spietata all’uomo e l’odio per coloro che scelsero di percorrere la strada della delazione (come la bellissima Celeste Di Porto, all’epoca diciannovenne, che divenne l’amante di un esponente di una banda locale) viene descritto dall’autrice quasi quasi con una certa forma di vergogna per il livello di degrado che la natura umana ha raggiunto in quell’interminabile frammento della nostra Storia, dove violenza e arbitrio regnavano sovrani.
Ma a fronte di tutto ciò e proprio oggi che riaffiorano in tutta Europa rigurgiti antisemiti e non solo, vorrei ricordare le preziose testimonianze di solidarietà, condivisione e aiuto concreto che alcune famiglie di ebrei trovarono nelle case di molti romani che, per questo, misero in pericolo anche la propria vita.
“Oneste famiglie borghesi, umili case operaie, ospitavano, sfamavano chi era costretto ogni notte a cambiar domicilio, tenevano in serbo carte pericolose; impiegati, funzionari, fornivano informazioni, tessere, bolli, documenti falsi; fornai facevano il pane per gruppi di patrioti, trattorie sfamavano celatamente gente braccata, chirurghi aprivan la pancia a malati immaginari, monacelle di clausura accoglievano ebrei e renitenti alla leva, sacerdoti trasmettevano messaggi segreti in confessionale. Tempo fraterno che ci rifece buoni e cordiali, nelle inattese convivenze, nelle lunghissime veglie, nella calda solidarietà con gente di ogni fede, con prigionieri di guerra, con patrioti scesi dai monti, con persone di cui c’era ignoto il nome…..” (Paolo Monelli).
E siccome una convinzione mi accompagna e mi accompagnerà sempre nella vita e cioè che dalla Storia apprendiamo lezioni che ci sapranno far affrontare qualsiasi evento nella vita quotidiana e che solo nella Storia troviamo le risposte per un futuro migliore, vi lascio con uno stralcio tratto dalla Relazione sull’Altare della Vittoria di Quinto Aurelio Simmaco (III sec. d.C.) a proposito  del pluralismo religioso e della convivenza tra religioni (ahimè!Argomento quanto mai attuale…):
“Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande”.
Tanto volevo dirvi e…..al prossimo giro di girasole!!!   

 

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