di Fausto Corsetti.

Valigie da preparare, auto da mettere a punto, soldi da contare. Code ai caselli, attese sui moli, nelle stazioni, negli aeroporti. Dove andiamo? Cosa cerchiamo? Una spiaggia per vivere senza pene e affanni. Una montagna per liberarci da sofferenze e fatiche. Un’isoletta per dimenticare preoccupazioni e dolori. Una città d’arte per rifarci gli occhi dalle brutture quotidiane. Un “altrove” per vivere senza regole, senza limiti, senza orari, senza padrone, senza rendere conto a nessuno…
Torneremo più inquieti di prima a dare la colpa al traffico, al tempo brutto, alle compagnie antipatiche, ai prezzi, agli scioperi, all’inquinamento, ai giorni troppo pochi. E sospireremo: “Però il prossimo anno…”
Sospirare e desiderare, desiderare e sospirare.
Ci vuole tempo. Ci vuole tempo per prendere le distanze da un ritmo di vita che facilmente viene definito tiranno, ma che in realtà ciascuno di noi contribuisce a costruire, ad alimentare, a perpetuare e, in qualche modo, a giustificare.
Cos’è, in fondo, il desiderio se non la spinta per fare qualcosa, per cercare un traguardo, una destinazione, un luogo che colmi di quanta più luce possibile i nostri occhi, che sazi di gusto nuovo lo scorrere dei giorni.
Desiderare altro non è che cercare con insistenza e determinazione una dimensione che allarghi orizzonti velati, angusti, troppo corti: scoprire che c’è ancora un oltre che può essere abitato senza rispondere a criteri di convenienza, di risultato, di immagine, di tornaconto.
Desiderare di riuscire a vivere meglio il tempo intero della nostra vita non è una fuga, ma realismo, volontà concreta di rendere più vivibile non una parte della nostra esistenza, ma ogni suo istante.
Dunque, il tempo del “non lavoro”, della “non fretta”, il tempo delle vacanze dovrebbe insegnarci a guardare al quotidiano come a un tempo ordinariamente speciale se solo avessimo il coraggio di cercare più spesso e di volere più intensamente quei gesti, quei comportamenti che, difficili o lontani dalle nostre abitudini, in realtà saprebbero riempire di sapore nuovo ciò che è feriale.
C’è, forse, un’esigenza di silenzio: un’esigenza umana prima ancora che spirituale; un silenzio speciale, necessario per un’igiene interiore, per ridare unità al proprio essere portato alla dissipazione, per recuperare senso e pregnanza nelle relazioni, nei rapporti  minacciati da una banalità brutale e fracassona.
L’assenza dell’intervallo che scandisce i nostri ritmi vitali, la scomparsa del silenzio creativo ci obbligano a vivere entro un tempo privo di soste, che si trasforma quasi sempre in tempo alienato, riempito a forza continuamente di avvenimenti, di eventi, di sollecitazioni, di immagini, frastornato da parole, voci e rumori, così che non rimane più spazio (e tempo) per quelle operazioni ideative che solo una vera, autentica, sincera “discontinuità temporale” può rendere possibili. 
Il silenzio porta a sentire se stessi, il proprio corpo, in maniera diversa, più lucida e intensa; favorisce una coscienza più acuta del tempo. Fare silenzio in noi e attorno a noi significa lasciare che le parole che hanno senso per la nostra vita tornino a risuonare con efficacia. 
Allora, soli, appena fuori della porta di casa, appena al margine delle cose che affollano quotidianamente le nostre menti e le nostre ore, ci sorprenderà il cielo; ci apparirà possibile abitare quell’infinito, l’infinito azzurro che porta quiete, che aiuta a dare la giusta misura ad ogni accadimento, ad ogni tempesta: in quell’immensa distesa ogni cosa, ogni tempo, ogni volto affiorerà con il suo giusto peso, con il suo autentico valore.         

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