di Gianluca Pirozzi, Ed. Croce, 2010.  
 
Leggendo STORIE LIQUIDE, la raccolta di racconti di Gianluca Pirozzi, la prima sensazione che ho avuto nella testa e quelle che poi forse, prima inconsapevolmente, e più tardi rileggendo in maniera più approfondita le storie, è quella di avere tra le mani non le pagine di un libro, bensì preziosi cioccolatini, alcuni ripieni, altri simili a praline avvolte una ad una in carta dorata o nudi, ma tutte raccolte in una scatola e di un invitante colore.
Davanti a quella scatola, passato il primo stupore, mi sono ritrovato a pensare che l’autore abbia scelto le parole e le abbia offerte ai suoi lettori solo apparentemente per la meraviglia di un utilizzo avventato, ma più in profondità con il desiderio di sorprenderlo rivelando il suono e il potere che ciascuna storia è capace di avere.
Ma proviamo a procedere con ordine, tutte queste STORIE LIQUIDE sono costruite intorno a un unico e lungo flashback in prima persona. Questa “formula” per alcuni scrittori è considerata claustrofobica. In realtà, ciascun racconto nasce intorno a una parola, una frase breve che è però già un’idea o a una situazione… all’inizio vaga, qualcosa di sommessamente irreale e indefinito che lentamente o inaspettatamente si rivela conquistando il lettore. Perciò, sin dalle prime righe è richiesta una certa sospensione dell’incredulità, e anche per questo l’autore non interrompe mai le singole azioni, la narrazione si sviluppa, invece, lungo un solo flusso narrativo come un unico fluire d’acqua e le parole si adeguano a questa intenzione.
 
Ed è lo stesso autore, in nota al volume, a svelare la genesi di questa raccolta: ciascuna storia si è, infatti, insinuata nella propria testa in momenti diversi, ha avuto propri tempi distinti di maturazione ed è venuta a galla – emersa – facendo leva sulla propria consistenza e individualità. Tuttavia, sebbene non collegate, ciascuna vicenda ha poi un comune denominatore, innanzitutto, nella scrittura adoperata per narrare…un non so che di liquido, ma poi in maniera ancora più evidente nell’elemento “acqua” presente nei racconti. Si tratta di una presenza senza alcuna forzatura o intento deliberato, quanto piuttosto di una sorta di naturale contorno ai fatti che vengono narrati: ora come sensazione, ora nel succedersi di immagini più nette, ora, ancora, come ambizione a elemento che vuole essere descritto visivamente o, ancora, come esigenza di rievocarne le impressioni o luogo in cui sarà commesso un atto impuro. E dunque l’acqua diviene così il filtro di cui l’autore si serve per raccontare, lo strumento che permette alla propria fantasia e al lettore di mediare fra il razionale e l’irrazionale.

 

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