UN INCONTRO CON JOSE’ SARAMAGO

della Prof. Pina De Santis.

Un viaggio è sempre avventura, incontro,  rivelazione dell’altro simile o diverso da noi, scoperta o riscoperta di memorie e vite vissute. Nel mio caso  il viaggio a Lanzarote, nelle isole Canarie, avvenuto nel mese di agosto 2014 si è arricchito di un tassello in più perché mi sono imbattuta, quasi per caso, con un autore che conosciuto superficialmente anni addietro, era rimasto riposto nei cassetti della memoria con l’intento di essere tirato fuori appena possibile. Non sapevo neanche che Josè Saramago fosse vissuto negli ultimi anni della sua vita e fosse morto a Tias nelle Canarie quindi mi sono precipitata a visitare la casa  oggi aperta ai numerosi turisti che affollano queste terre; sono rimasta subito coinvolta dall’atmosfera della casa adibita ovviamente a museo, ma che io ho avvertito come una sorta di santuario delfico o pitico  per le capacità quasi profetiche che avevo colto da una lettura superficiale di qualche scritto di Saramago; a ciò si è aggiunto quel clima di accoglienza sincera e bonaria e come faceva lo stesso autore con i suoi ospiti, illustri o meno, abbiamo degustato, in terrazza, il caffè portoghese gentilmente offertoci.
Al mio rientro in Italia mi sono precipitata in libreria, ho acquistato il romanzo “Cecità” pubblicato  nel 1995 e mi sono immersa nella lettura abbastanza sorprendente nell’articolazione sintattica, molti dialoghi diretti senza virgolettati, ma scorrevole e piana nella lucida brutalità di un evento improvviso e inspiegabile di un’umanità non collocata spazialmente, colpita da un’epidemia di cecità che rivela la bestialità, l’orrore, il disprezzo verso gli altri uomini in una sorta di catastrofe biblica, apocalittica. Al di là della trama che non concede spazio ai sentimenti e alla sofferenza, il romanzo di Saramago (Nobel per la Letteratura nel 1998) è un’ampia metafora della vita e in particolare della condizione attuale in cui prevale l’egoismo, l’indifferenza, il buio della ragione per cui uno dei personaggi dice a ragion veduta “non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Il romanzo è duro, spietato, concentrato su uomini senza umanità, sono solo le donne, in particolare una, la moglie del medico a rimettere al centro i valori della solidarietà e dell’attenzione verso l’altro, l’unica comunicare un barlume di speranza per la salvezza dell’umanità.

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