di Marialuigia De Lucia.

D.L.M.
Non è l’acronimo di qualche ormone tiroideo impazzito, ma sono le iniziali del prototipo più diffuso nella società italiana del momento:
Donna. Lavoratrice. Madre.
Una donna normale.
Un mix esplosivo di sentimenti, di corse contro il tempo, di gioie improvvise e profonde che fanno ringraziare in ginocchio sui ceci per l’essere venute al mondo, ma anche di preoccupazioni costanti.
Di frasi che iniziano rigorosamente con il verbo DEVO e quasi mai con il verbo VORREI.
Conciliare il fantastico mondo della famiglia con il fantastico mondo del lavoro, pur nella consapevolezza che avere un lavoro sia un privilegio, ormai, non per tutti che significa fare i conti con sensazioni estreme e con l’alto rischio.
Non ricordo più in quale film sentii dire la battuta “la vera trasgressione è nella normalità”, sta di fatto che decidere di avere una famiglia e mantenere la propria collocazione professionale vuol dire davvero cimentarsi in una lotta all’ultimo sangue contro il tempo, centellinando energie, cimentandosi in guide spericolate per gli spostamenti da un capo all’altro della città, riuscendo a contenere nelle 24 ore ciò che normalmente dovrebbe essere contenuto in 48.
Meglio che lanciarsi con il paracadute o attraversare un ponte tibetano.
I figli vanno seguiti, Dio solo sa quanto e anche quanto sia straordinariamente bello farlo, ma d’altro canto, la professionalità che si acquisisce con anni di dedizione, studio e costanza non può essere relegata nell’oblio all’improvviso e comunque, qualunque sia il campo di azione di una donna, bisogna pur sempre continuare ad aggiornarsi e a studiare, la qual cosa vuol dire TEMPO e CONCENTRAZIONE!
E il tempo per sé? Per la maggior parte delle “donne normali” resta una chimera!
Le responsabilità familiari e della casa, in Italia, continuano ad incombere solo sulla donna, che chiamiamo, appunto, “normale”.
Parlare di leggi a tutela della genitorialità e del sostegno per la famiglia mi sembra ridicolo se non progrediamo nell’approccio culturale ai ruoli che ciascuno di noi ha in seno alla famiglia, in direzione di parità, che molte volte esiste solo nelle apparenze.
E, aggiungo, se non si affrontano politiche economiche strutturali e a lungo termine a sostegno di coloro che affrontano tutto ciò, anche in condizione di solitudine.
La sola idea delle quote rosa, già abbastanza ridicola in sé poiché rievoca una sorta di tutela delle minoranze, roba da specie protette, da lotta all’estinzione dei panda, insomma, rievoca una mancanza di fiducia sociale nelle nostre forze.
Quante di noi avrebbero voglia di rivendicare la loro voglia di essere una “donna normale” e quante avrebbero bisogno di urlare tutto l’amore che occorre per esserlo.

“Cause you make me feel,
You make me feel,
You make me feel like
A natural woman…”

“A natural woman”, una donna normale, appunto.
Aretha Franklin non è più su questa terra, e ciò può sembrare fuori tema con l’argomento trattato, ma leggendo le parole del meraviglioso brano “a natural woman”, o pensando che la sua voce ha inneggiato a concetti come il “rispetto” (la stupenda “Respect” ha rappresentato un inno dei movimenti femministi e a favore dei diritti civili) e come l’esortazione al pensiero e alla libertà che troviamo nel brano “Think”, beh, il filo conduttore mi sembra evidente e mi sento di condividere con voi il ricordo di questa donna fantastica e artista straordinaria, che ha pensato di prestare la sua ineguagliabile voce che la renderà immortale a ogni “natural woman” del mondo.
Finisco di scrivere e ascolto le sue parole in musica.
È benessere puro.
Se vi va e, per tutte le ragioni di cui sopra, avete cinque minuti di tempo per farlo, fatevi questo dono, care gira-sole.

“Cause you make me feel,
You make me feel,
You make me feel like
A natural woman…”

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